1961: occupazione della miniera di Montevecchio

Dall’archivio de l’Unita emerge un racconto appassionato dell’occupazione di Montevecchio del 1961: le pagine dell’organo del Partito Comunista restituiscono la dimensione del conflitto sociale esistente nella miniera e rendono la profondità della ferita apertasi dopo la firma del patto aziendale del 1949 che aveva congelato, e di fatto impedito, l’azione del sindacato.

Dal 1960 il confronto sindacale si era però riaperto e il 17 marzo 1961 gli operai di Montevecchio scesero nei pozzi senza risalirne, barricandovisi e occupando i cantieri. L’occupazione fu molto discussa tra sindacalisti e minatori e venne infine approvata con voto quasi unanime. L’Unità ne dà notizia in prima pagina (1): “Alle 13 di oggi i 1500 minatori della Montevecchio, la grossa azienda mineraria controllata dalla Montecatini, hanno occupato sette pozzi. Si tratta di un avvenimento importante con ripercussioni enormi su tutta l’isola. Da ormai dieci anni, infatti, a Montevecchio non succedeva niente: né una protesta, né una manifestazione, né uno sciopero. La direzione era sicura di avere la situazione in pugno con la stipulazione del famigerato patto aziendale”.

La Montevecchio era allora diretta da Filippo Minghetti, un dirigente di lunga data che aveva gestito le relazioni sindacali ispirandosi a un modello di tipo corporativo e paternalista contribuendo al deteriorarsi dei rapporti tra azienda e lavoratori. Fino ad allora, per effetto del patto aziendale i minatori ricevevano una paga giornaliera di 1800 lire a condizione di aver lavorato almeno 21 giorni al mese. Dal 1952 al 1961 i salari rimasero fermi mentre la produzione aumentò del 40,5%: cumulando compensi e premi, la Montevecchio aveva nascosto il basso livello delle retribuzioni riducendo anche i premi di cottimo. Scrive l’Unità: “Il patto esiste dal 1949 e ha rappresentato per dieci anni una palla ai piedi dei minatori: ogni attività veniva controllata dall’azienda e ogni possibilità di protesta e sciopero era resa vana. Per dieci anni la direzione aziendale ha fatto il bello e cattivo tempo. Ha liquidato i vecchi minatori e ha immesso forze giovani più legate all’azienda attraverso un’azione paternalistica. Subito dopo la firma del patto aziendale la Montevecchio si presentava all’opinione pubblica sarda come l’azienda modello che dava per scontata ogni iniziativa sindacale. L’azienda impose lo scioglimento delle commissioni interne liberamente elette e la nomina di una commissione di sua fiducia. Perciò nel 1951 organizzò le elezioni con il sistema della lista bloccata: una serie di nomi, di persone invise alla classe operaia ma fedelissime ai padroni, figuravano nella scheda. Si doveva votare “si” o “no”, come per il listone fascista del 1924. I lavoratori cancellarono i nomi, ma questo non risultò quando furono proclamati gli eletti: la direzione aveva manovrato in modo tale da far riuscire per forza i propri fiduciari. Da allora non sono più state elette le commissioni interne: i fiduciari, ancora in carica, non rappresentano le maestranze ma gli interessi padronali”. Lo stato delle relazioni sindacali si era fatto quindi pessimo e gli operai si decisero per una forte azione di lotta: “Bassi salari, sfruttamento e negazione della libertà hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita della Montevecchio. Contro questo stato di cose intollerabile le giovani maestranze si sono sollevate. I primi a reagire sono stati proprio quei giovani assunti con le raccomandazioni e ritenuti sicura massa di manovra contro le maestranze anziane più legate ai sindacati”.

Durante quei primi giorni di occupazione i sindacati si dedicano a sensibilizzare e organizzare i cittadini dei comuni minerari attraverso comitati di solidarietà, mentre all’esterno i lavoratori formano squadre di supporto ai minatori barricati nei pozzi. Nei giorni seguenti Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale (2): “Da poche ore ha avuto inizio il quarto giorno di occupazione dei pozzi della Montevecchio da parte dei 1500 dipendenti. La strada che dal centro di Guspini conduce alla miniera è bloccata dalle donne e dai figli dei minatori. La folla diventa sempre più numerosa”. Imponente è la presenza di polizia e carabinieri e non mancheranno momenti di tensione dovuti alla scelta del governo – un monocolore democristiano guidato da Fanfani – di sostenere la Montecatini. Il quotidiano comunista critica l’operato del ministro Scelba che ha impiegato le forze speciali e gli elicotteri per mantenere l’ordine pubblico (3). I minatori dall’interno dei pozzi comunicano verso l’esterno con difficoltà e solo grazie a bigliettini passati di mano in mano: “asserragliati da cinque giorni nei pozzi lasciano filtrare notizie e biglietti sul loro stato malgrado la massiccia sorveglianza della polizia. Nell’ultimo biglietto fatto pervenire ai sindacalisti da una squadra di solidarietà comunicano di avere eletto dei comitati di agitazione col compito di rappresentarli nelle trattative”.

La tensione è esasperata anche dagli eccessi dell’azienda che preferisce lo scontro frontale al dialogo: “L’atteggiamento della società Montevecchio tiene desto nel guspinese un grave stato di tensione nella cittadinanza, specialmente tra le donne, malmenate per il reclutamento dei minatori”. Il riferimento è ad alcune decine di operai che la Montevecchio faceva prelevare dalle proprie case e condurre in miniera su vetture aziendali scortate della polizia. Per impedire questa forma illegale di crumiraggio, le donne e i bambini presero a stazionare lungo la strada che da Guspini porta alla miniera: il 20 marzo polizia e carabinieri intervennero più volte per allontanare le cinquecento persone che vi si erano radunate fin dalle prime ore dell’alba. Nel pomeriggio, da un’autocolonna – composta da tre camion di carabinieri, da motociclisti e da un pullman della Montevecchio con a bordo cinque operai – furono sparati dei lacrimogeni per disperdere un gruppo di donne che protestavano. I candelotti arrivarono a sfondare i vetri delle abitazioni circostanti dando l’impressione di un bombardamento dall’alto: alcune donne caddero ferite mentre due giovani, intervenuti in loro aiuto, vennero arrestati. Poco dopo un’imponente folla si riunì per protestare di fronte alla caserma dei carabinieri di Guspini. Questi fatti furono denunciati in due interrogazioni parlamentari presentate dal Partito Comunista per conoscere le ragioni di quel massiccio schieramento di forze di polizia che non aveva esitato a ricorrere al gas lacrimogeno contro le donne inermi.

La lotta iniziava intanto a raccogliere qualche successo: nella serata del 22 marzo il Presidente della Regione Corrias, dopo un incontro coi rappresentanti dei lavoratori, si impegna a rilanciare le trattative con l’azienda. I sindacati sperano di trovare un accordo per evitare ulteriori sacrifici ai minatori e l’inasprimento delle forme di lotta. A Montevecchio le maestranze hanno nel frattempo respinto la proposta di referendum avanzata dall’azienda e il Consiglio Comunale di Guspini ha approvato un ordine del giorno di totale solidarietà ai minatori.

Col passare dei giorni la Montecatini si irrigidisce e lo stallo delle trattative rende la situazione più tesa (4): “Da ormai undici giorni i minatori della Montevecchio sono asserragliati nei pozzi per costringere i dirigenti della Montecatini a cedere alle richieste dei tre sindacati che dirigono la lotta: contrattazione del salario con i sindacati e elezione della commissione non appena gli operai usciranno dai pozzi. In un messaggio avanzato al sindaco, compagno Mancosu, i minatori informano che il loro morale è altissimo ma avvertono che l’umidità dei pozzi, il caldo soffocante e il fumo dei lumi fanno temere per la salute dei più deboli. Si rende perciò indispensabile un presidio permanente di assistenza medica. Perché al momento – scrivono i minatori – è necessario almeno una visita di controllo ad ognuno di noi”. Appena ricevuto il messaggio l’Amministrazione Comunale intervenne d’urgenza per ottenere che un ufficiale sanitario si recasse nei pozzi occupati. L’ingegnere capo del distretto minerario autorizzò l’accesso del medico nella miniera ma la direzione aziendale gli impedì di scendere nelle gallerie. Nonostante la stretta sorveglianza, dai pozzi continuano però a giungere i messaggi: “Noi non usciremo di qui se non ci sarà garantito l’intervento delle autorità per porre fine al regime fascista in vigore dal ’49”: questa è stata la risposta dei minatori di Piccalinna che da quasi due settimane non vedono la luce”. La Montecatini continuava tuttavia a usare il pugno di ferro (5): “Nessuno dei 300 sepolti vivi è uscito oggi all’aria aperta. D’altra parte l’uscita dai pozzi si presenta sempre più difficile specie nel cantiere di Piccalinna dove una cinquantina di operai si trovano a 400 metri sotto terra. I minatori nei pozzi vivono al buio poiché la Montecatini non fornisce più il carburo per i lumi e ha tagliato i collegamenti elettrici”.

In quei giorni i sindacati confidano che la situazione si sblocchi; cresce infatti la preoccupazione per la salute degli operai: “Nei pozzi della Montevecchio occupati dai minatori da dodici giorni la situazione si è ulteriormente aggravata. La Montecatini nega ogni possibilità di trattativa sulle paghe e per l’elezione della commissione e rifiuta al medico l’accesso nei pozzi per visitare i minatori che risentono gravemente del lungo soggiorno sotto terra”. I lavoratori ormai stremati minacciano lo sciopero della fame. (Fine prima parte -continua)

Walter Tocco

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*