A San Vittore il ricordo del carcerato Antonio Gramsci

Pietrino De Palmas, Giovanni Cervo e Carlo Casula, presiedono rispettivamente i circoli sardi di Cesano Boscone, Milano e Vimodrone. Imperituro onore vada a loro, che la carica comporta tutta una serie di oneri che  ti fanno stare sveglio la notte, a fronte di onori che quasi mai ti vengono riconosciuti, i sardi, è risaputo, sono assai sofistici e pochissimo complimentosi, specie verso i loro conterranei. Ma che l’idea di andare a ricordare la figura di Antonio Gramsci nel carcere di San Vittore sia stata di Carlo Casula da Belvì nessuno può metterlo in dubbio, Carlo infatti lavora lì, guardia carceraria, secondino per noi profani di gattabuie, una di quelle professioni in cui i sardi sono sempre stati numerosi: “Anni fa eravamo 170, mi dice Carlo, oggi siamo rimasti in 17, gli altri sono riusciti a farsi trasferire in Sardegna”.

Mercè i suoi buoni uffici, i saluti di rito (insieme ai presidenti che vi dicevo) sono porti dalla massima autorità della struttura carceraria, la direttrice Gloria Manzelli ne è al capo da 13 anni, e donne sono anche le altre figure di spicco che la coadiuvano nella direzione, la comandante della polizia penitenziale è Manuela Federico, donne anche la vicedirettrice e il capo dell’area pedagogica. Quando vado a vedere su Wikipedia (enciclopedia on line) chi, di famoso, sia capitato lì dentro, il nome di Gramsci non compare (ròbb de màtt), ci sono Mike Bongiorno e Indro Montanelli, che convissero in una cella comune, Gaetano Bresci che sparò (e uccise) Umberto primo di Savoia, che aveva fatto ergere questo carcere (nel 1879), e giù per li rami: Salvatore Riina, Renato Vallanzasca e Fabrizio Corona, occorre registrasi e modificare: l’enciclopedia on line lo consente a fronte di citazioni certe e codificate. Che Antonio Gramsci ci sia finito dentro, e ci rimase per un anno e mezzo, è scritto in centomila libri che lo riguardano e negli atti processuali che lo vedono condannato a più di vent’anni di carcere.

Era il 1927, lui era ancora deputato del Regno d’Italia, godeva dell’immunità parlamentare ma erano tempi quelli in cui il fascismo dominante di regole e leggi se ne faceva un baffo, i deputati li faceva anche uccidere: Giacomo Matteotti il più famoso, giusto tre anni prima, e tremò per qualche tempo tutta la banda che il fascismo aveva alimentato e supportato. Gramsci veniva da 44 giorni passati ad Ustica, come confinato, lì vi aveva trovato alcuni compagni che con lui avevano dato origine al Partito Comunista d’Italia, segnatamente Amedeo Bordiga che ne era stato a capo nei primi anni, Antonio gli avrebbe poi scippato il partito di cui divenne  segretario, la carica iniziò ad avere vita con lui, nonostante queste divergenze “politiche”i due, Gramsci e Bordiga, convissero amabilmente insieme, misero su una “scuola di alfabetizzazione” per detenuti e secondini, l’ingegner Bordiga le materie scientifiche, il giornalista Gramsci quelle storico-letterarie. Bordiga, da buon napoletano, pare facesse un caffè da leccarsi i baffi. Gramsci gran asciugatore di piatti. Come cuoco non doveva essere granché, da quando ventenne emigrò  a Torino dove avrebbe dato gli esami per una borsa di studio universitaria e, passatili, iniziò la sua carriera di “rivoluzionario di professione” nel mondo terribile che anche noi stiamo ancora calcando. Da allora aveva sempre mangiato in trattoria, al caldo, le misere stanze che poteva permettersi di affittare erano del resto prive di un qualsivoglia riscaldamento, come arrivò nella capitale sabauda nel gennaio del ’21, col suo abituccio di mezza stagione (l’unico che aveva) da Cagliari, faceva così freddo che per un paio di mesi si sbagliava nel dire le parole, lui che di parole avrebbe coronato ogni attimo della sua vita, parole scritte sopratutto, in giornali, riviste, atti di partito, lettere. Quaderni.

A dire di Gramsci per l’anniversario della sua morte , avvenuta ottanta anni fa, oltre alla star della serata: Angelo D’Orsi, che di lui ha scritto una bellissima “Nuova biografia” per Feltrinelli, doveva esserci anche il senatore Luigi Manconi, il vostro cronista avrebbe dovuto fare una veloce presentazione degli illustri ospiti. Luigi purtroppo non sta molto bene e ha dato forfait, bei tempi di quando facevamo i “Verdi”, lui era stato  “Portavoce” del movimento.  In realtà  non ha mai smesso di essere portavoce dei più deboli (dei cosiddetti “proletari” quando militava in “Lotta Continua”), ora dei carcerati, di coloro che subiscono torti giudiziari: vedi Giulio Regeni, dei migranti per guerre e fame, per i bimbi dei migranti che hanno la ventura di venire al mondo in Italia e che, dopo un percorso scolastico appropriato, ambirebbero ad essere annoverati tra gli Italiani a tutti gli effetti, con relativi doveri e diritti: lo “Ius soli” che Matteo Salvini equipara a un’invasione islamista e Matteo Renzi mette in coda alle leggi da approvarsi in questa legislatura. Come che sia il tempo dilatatosi dall’assenza di Manconi mi ha permesso di dilungarmi, anche oltre quello pattuito, sulla figura del “Gramsci sardo”, i primi vent’anni della sua vita, lasciando poi che D’Orsi si prendesse ad illustrarne gli altri, sicuramente i più densi di relazioni coi maggiori rappresentanti della politica nazionale e internazionale, Lenin compreso, fino alla condanna e alla vita che gli toccò di passare in carcere, dove scrisse i “Quaderni” che l’hanno reso famoso nel modo. Ad Ales dove nacque nel ’91, il padre era impiegato nell’ufficio di registro, dove si pagavano le tasse, e lì erano nate anche le sorelle Emma e Grazietta, il primogenito Gennaro era nato a Ghilarza, paese di mamma Peppina Marcias, dove i due genitori si erano conosciuti, Francesco, Ciccillo Gramsci, era nato a Gaeta nel 1860, il padre colonnello borbonico combatteva allora contro l’esercito savoiardo del Regno di Sardegna e le camicie rosse di Peppino Garibaldi. Se ne venne a Ghilarza dopo gli studi liceali e qualche anno d’università a giurisprudenza, alla morte del padre. Peppina era molto graziosa, aveva fatto tre anni di elementari, in una Sardegna che vedeva punte di analfabetismo che sforavano l’ottanta per cento dei residenti, era orfana di entrambi i genitori , leggeva di tutto.  Lei più giovane di un anno, si sposarono quasi subito.  Nel novembre della nascita di Nino, Ciccillo fu trasferito alla ricevitoria di Sorgono, avevano già quattro figli, altri due ne nacquero lì: Teresina e Mario, l’ultimo ancora a Ghilarza: Carlo.

A Sorgono i Gramsci ci rimasero per ben sei anni, fu lì che il piccolo si ammalò che aveva solo 18 mesi, lì che la “leggenda di famiglia” lo volle ammalato in grazia di una caduta che la servetta di casa gli aveva procurato. Lì che anche la famiglia si ammalò con lui, come capita ancora oggi a qualsiasi famiglia italiana che veda un suo piccolo soffrire di un male che i medici non riescono a diagnosticare. La ricerca di una qualche salvifica medicina, i soldi spesi per i “luminari”, la ricerca di quell’ospedale che magari troverà la cura giusta. Gramsci, Nino, si ammalò di una tubercolosi alla colonna vertebrale (morbo di Pott) che allora era di difficile diagnostica. Gli causò una gibbosità dorsale che dovette affliggerlo  tutta la vita. Nel periodo sorgonese i suoi pensavano che non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere, per lui avevano già fatto costruire una piccola bara (bianca come si usava per la morte di un bimbo piccolo) che avevano posizionato sotto il suo letto. Ciccillo intanto entrava nelle grazie delle famiglie che “contavano”, sindaco, medico del paese, ai tempi delle cresime (avvenivano anche ogni cinque -sei anni, quando il vescovo si recava nel paese, ed era allora “festa manna”) molti divennero suoi “compari”, padrini di cresima dei figli. Gli piaceva bere un buon bicchiere di vino, Sorgono era giustamente famoso per il suo moscatello, e giocare a carte. Sia come sia, da subito prese a manipolare le ricevute delle tasse, a fare la cresta sui soldi che maneggiava, a falsificare le cifre sui registri.

Una ispezione improvvisa lo smascherò, fu la perdita dell’impiego immediata, la reclusione a Oristano, il processo a Cagliari, la condanna a cinque anni e otto mesi, che scontò interamente nel carcere di Gaeta, la città dove era nato.  Come un fulmine a ciel sereno tutto mutò per la famiglia Gramsci che si ridusse a una madre che doveva dare da mangiare a sette figli, senza più il reddito di uno stipendio sicuro che fino a lì questo aveva garantito. Il ritorno forzato a Ghilarza. La mamma che mente ai figli sul destino paterno. Ma volete che in  un paesino di 1200 abitanti non si sia trovato chi per primo abbia rinfacciato ai fratelli Gramsci la galera del padre? Fu allora, dice Angelo D’Orsi che il piccolo Nino si invaghì della verità, ne fece la cifra della sua vita, si rese conto, purtroppo, che “i grandi” troppe volte tendono a nascondertela, che di loro non ci si può mai fidare, anche dei più cari, persino di mamma. D’Orsi è un grande affabulatore, di professione mi verrebbe da dire anche lui “rivoluzionario”, insegna storia delle dottrine politiche a Torino e, nato nel ’47, pubblica il suo primo libro con Feltrinelli nel ’71 (Le forze armate in Italia), da allora un crescendo che spazia sullo scibile del sapere politico e non solo, una trentina di libri che pubblica coi vari Laterza, Aragno, Einaudi, Mondadori. Che porta in giro per l’Italia e il mondo, libri che hanno un  un taglio gramsciano di ricerca di una verità volta a sovvertire i rapporti di classe che fin qui hanno dominato il mondo. Tiene col fiato sospeso il pubblico con la narrazione del Gramsci fattosi politico e pensatore, citando a memoria lettere e scritti, articoli di giornale: uno per tutti: il frontespizio della  rivista “Ordine Nuovo”      che Antonio  fece uscire il 1° maggio 1919, costo centesimi 10: scandisce  D’Orsi: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Una serata magica, chiusa con la storia romanzata dei “Quaderni del carcere” che Camilla Soru legge con voce commossa, a tenerle bordone la chitarra dal tono dimesso di Andrea Congia e le diavolerie elettroniche di Walter Demuru.

Sergio Portas

 

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