Arregodus de Santa Maria, sa festa manna

Abbiamo voluto raccogliere le testimonianze di alcune persone per rivivere con loro l’attesa e i momenti più belli di questa festa che si rinnova da secoli.

Tullio Pusceddu (classe 1929), una vita passata a fare il tassista, ricorda da bambino l’attesa per la festa più importante dell’anno. «Alcuni giorni prima del 15 d’agosto, il paese si animava, si vedeva più gente in giro perché rientravano gli emigrati, le strade dove passava la processione venivano addobbate a festa con dei filari di bandierine colorate, collocate tra i due lati delle case, da formare quasi una volta di tanti colori. Nelle case, le mamme aiutate dalle nonne, preparavano il pane, i dolci  e i ravioli di ricotta», afferma Tullio Pusceddu,  «La sera della vigilia, le donne del vicinato con i bambini, andavano a quadriglia (gruppo numeroso) per accompagnare la santa che veniva portata a spalla dalla chiesa di San Nicolò a quella a lei dedicata. La notte si andava ad assistere allo spettacolo de sa roda (fuochi d’artificio) che rappresentava uno dei momenti più attesi della festa non solo dai bambini. La mattina successiva, il giorno della festa, si partecipava alla processione che percorreva le strade principali del paese adornate di bandierine e lenzuola bianche che venivano esposte fuori dalle case. Al passaggio del simulacro della Santa, adagiato su un carro trainato da un giogo di buoi rossi e preceduto da un folto numero di cavalieri in groppa a dei bellissimi cavalli bardati con delle campanelline e dei nastri colorati che adornavano la criniera e la lunga coda, gli abitanti delle vie spargevano sulla strada cesti di fiori ed erbe profumate. Il passaggio del corteo, era salutato dall’esplosione di fuochi d’artificio».  «Lungo il tragitto, si sprigionava nell’aria un misto di profumi di erbe aromatiche e di carne arrosto che proveniva dalle case».aggiunge Tullio Pusceddu, «il pranzo della festa era un altro momento molto atteso sia perché in quell’occasione ci si riuniva con i parenti sia perché si mangiavano pietanze diverse dal solito tenuto conto della situazione di miseria in cui si viveva».

«Per tradizione, nella nostra famiglia, si cucinava “su caponischeddu” (il galletto), allevato per l’occasione». ricorda Tullio Pusceddu, «Al pomeriggio, sempre in gruppo, si visitava la chiesetta della Santa e dopo, le nonne, mantenendo fede alla promesse fatte durante l ‘anno, offrivano ai nipoti i torroni e sa carapigna di Aritzo (tipico gelato al gusto di limone) che si mangiava nelle paradasa (gazebo fatti con delle frasche e canne). Gli uomini passavano la serata a parlare, scherzare e bere vino e vernaccia con gli amici, nelle numerose botteghe presenti nella via della festa e dato che ogni componente del gruppo doveva rendere l’invito ricevuto, capitava spesso di vedere, a fine serata, più di una persona rientrare a casa barcollando. La festa era anche questo».

Egidio Cocco, ex minatore, racconta come, nella sua infanzia, ha vissuto la festa: «La guerra era finita da pochi anni, i problemi erano tanti come pure la miseria e tutto ciò si rifletteva anche su noi bambini. La gioia per l’arrivo della festa era tanta perché finalmente almeno per qualche giorno, si sarebbe potuto vedere e fare qualche cosa di diverso dal solito, mi riferisco ai fuochi d’artificio, alla processione con tanti cavalli e buoi addobbati a festa e naturalmente al pranzo con i parenti emigrati e rientrati dal continente o dall’estero “po’ sa festa manna”».

«Ricordo in particolare», continua Egidio Cocco, « la mattina del 15 agosto quando nella piazza della chiesa, in prossimità delle scale che portano al mercato comunale, sostava un carro che vendeva angurie, frutto di cui noi ragazzi eravamo molto golosi e che almeno per l’occasione, avremo potuto gustare. Coloro che potevano permetterselo, la compravano e per poterla mangiare fresca, la mettevano nell’acqua del pozzo».  «Sempre nella piazza, nelle vicinanze del negozio di abbigliamento di Orazio Ruggeri», aggiunge Egidio Cocci, «Sardu, un coltellinaio di Gonnosfanadiga, su un telo steso per terra, esponeva i coltelli prodotti da lui. Si formava un capannello di persone e noi bambini, incuriositi, ci intrufolavamo per ammirarli. Al pomeriggio, nei vicinati, passava il carretto dei gelati del bar Dessi, guidato da Antonio Serci, un uomo molto simpatico, dalla battuta spiritosa sempre pronta e i genitori o i parenti ci compravano il gelato. La sera, si andava a fare la visita alla chiesa di Santa  Maria, dove c’era la statua della Santa addormentata e all’uscita si mangiava sa carapigna. Ricordo che la gente era contenta perché la festa Santa Maria era la festa di tutti, senza distinzione alcuna tra chi frequentava la chiesa e chi no».

Di taglio decisamente diverso, pur con lo stesso denominatore comune, sono i ricordi di Miranda Serci, 82 anni: «I preparativi della festa, in particolare nelle case delle famiglie povere, cominciavano alcuni mesi prima della festa. Alla fine della mietitura del grano, era usanza chiedere il permesso al proprietario del terreno dove si era tagliato il grano, di poter raccogliere le spighe rimaste nel campo dopo la mietitura (spigai) per fare anche il pane della festa. Questo grano veniva portato a casa e battuto con un bastone (su mallu). Successivamente si aspettava le giornate ventosa per ripulirlo della paglia. Questa pulizia (abentuai), avveniva lanciando contro vento il grano con la paglia. Quest’ultima, essendo più leggera del grano, veniva portata via dal vento, lasciando cadere a terra il grano pulito». «Poi lo si portava al mulino di Emilio Pitzus che in cambio dava il corrispondente in semola con la quale, la settimana precedente la festa, si facevano le corone di pasta dura (coccoi), decorate con cura da mani esperte», ricorda Miranda Serci, «Alcune famiglie, per sciogliere un voto o per devozione alla santa, offrivano corone di pasta dura, ai proprietari del giogo di buoi che nella processione, avrebbe trainato il carro sul quale veniva issato il simulacro della santa affinché adornassero le corna dei bovini».  «Quando arrivava il mese d’agosto», evidenzia Miranda Serci, «il pensiero prevalente era rivolto alla festa. L’attesa  era rappresentata anche dal fatto che per Santa Maria soprattutto i bambini indossavano qualcosa di nuovo, che fosse  un abitino o un paio di scarpe, per andare alla processione. Al rientro a casa, questo nuovo capo doveva essere ritirato perché era riservato per le grandi occasioni. Il pranzo del giorno della festa, rappresentava sicuramente il momento più importante. Le famiglie si riunivano formando gruppi molto numerosi e chiassosi e tenuto conto che gli spazi nelle case non erano sufficienti ad accomodare tutti i partecipanti, si dislocavano tavoli anche nei cortili, riservati principalmente ai bambini. Quel giorno, per la gioia di tutti i commensali, si mangiavano i ravioli di ricotta, il maialetto arrosto che veniva avvolto nei ramoscelli di mirto e servito in un vassoio in sughero (sa mobizza). Al pomeriggio, tutti assieme si andava a mangiare sa carapigna, passando davanti alle bancarelle dei torroni e dei dolci di mandorle. I ragazzi più grandi, facevano le sfide di precisione con i fucili a piombini. Le soste per salutare e parlare con gli amici e i parenti che non vedevi da tanto tempo, erano frequenti e solitamente si concludevano con l’invito nei locali o nelle “paradasa” . In queste ultime, mancando i frigoriferi, le bevande venivano tenute al fresco dentro delle casse in legno che contenevano dei grossi blocchi di ghiaccio. Per i bambini, la gioia più grande, era rappresentata da un’aranciata o un chinotto. Gli spettacoli molto attesi erano i fuochi d’artificio (sa roda) e il circo che per l’occasione arrivava nel nostro paese»

Non poteva mancare la testimonianza di una famiglia di contadini, Egidio Ariu e Chiara Garau che racconta: «La devozione a Santa Maria, da parte della popolazione guspinese e l’importanza per la sua festa, è stata sempre molto sentita. A conferma di ciò, ricordo che nel giorno della festa più importante dell’anno, fatti salvi ovviamente Natale e Pasqua, venivano rinnovati i contratti annuali da parte dei proprietari terrieri, nei confronti dei lavoranti agricoli (srebidorisi) delle spigolatrici (spigadriscisi) e dei giovanissimi che collaboravano nei lavori in campagna (srebidoreddusu). In quegli anni, la disponibilità di moneta era limitatissima pertanto i contratti venivano regolati con la più elementare forma di baratto. Il lavorante, in cambio della sua prestazione per tutta l’annata agraria, riceveva dal proprietario terriero, una quantità di grano che gli consentiva di avere il pane necessario a sfamare la famiglia. Le spigolatrici ricevevano in proporzione al grano raccolto mentre per i garzoni, l’accordo prevedeva vito, alloggio e in occasione della festa  del 15 agosto, un capo di vestiario.  Qualche mese prima della festività, cominciavano i riti preparatori. Nei vicinati, tutte le sere dal 13 di luglio al 13 di agosto, si cantava il rosario e is coggius, tradizioni ancora in uso in alcuni vicinati», conclude Chiara Garau.

Egidio Ariu avendone fatto parte per diversi anni, racconta che «il comitato organizzatore dei festeggiamenti faceva la questua casa per casa (sa scicca). Stante la indisponibilità di moneta, da parte della popolazione veniva offerto principalmente del grano che veniva venduto e con il ricavato si  organizzare la festa. Nei giorni precedenti l’evento, nelle case fervevano i preparativi compreso quelli relativi all’addobbo dei buoi e dei cavalli che il giorno dopo avrebbero partecipato alla solenne processione». «Il lavoro più impegnativo», riprende Chiara  Garau, «era sicuramente la preparazione del pane. Il grano, prima di essere macinato, veniva lavato in casa, lo si metteva ad asciugare al sole, ripulito delle impurità (prugai), e solo allora veniva portato dalle donne, con delle corbule (crobisi), che con equilibrio portavano sulla testa al mulino di Eugenio Locci (attuale via Cavour) che era il più comodo essendo in paese. Un altro mulino, chiamato di Guastini, si trovava in campagna, zona San Giorgio. Si trattava del mulino ad acqua più antico di Guspini  che io ricordi» continua Chiara Garau  «costruito sul fianco del fiume Terramaistus. La semola per preparare il pane della festa, pasta dura decorata a mano (su coccoi) veniva setacciata anche tre o quattro volte affinché fosse quanto più fine possibile. Parte di queste corone di pane, insieme ad altre di pane di sapa (Pai de saba) ornavano le corna dei gioghi di buoi che sfilavano nella processione. La mattina del 15 agosto, l’appuntamento principale era la processione che si snodava per le principali vie del paese. Il corteo era aperto dalle confraternite seguite da un folto gruppo di cavalli e da alcuni gioghi di buoi dal mantello scuro, senza carro, bardati a festa che precedevano il carro, trainato da due splendidi buoi sul quale veniva adagiata la Santa, seguita da uno stuolo di devoti. Negli anni 50 sia io che Luigi Locci e i fratelli», riprende Egidio Ariu. «abbiamo avuto l’onore di trasportare, sul nostro carro a buoi il simulacro della venerata». «Per il pranzo della festa», aggiunge Chiara Garau, «era usanza invitare i parenti e gli amici che arrivavano anche dai paesi vicini.  Lungo la via che dalla piazza della chiesa parrocchiale porta a  quella omonima della santa, le bancarelle facevano bella mostra dei loro prodotti, dai torroni  prodotti localmente agli oggetti in rame fatti da artigiani del nuorese. Solitamente il programma civile dei festeggiamenti prevedeva la corsa dei cavalli che si svolgeva su una pista ricavata dove attualmente è ubicato il depuratore, la corsa dei sacchi e la gara ciclistica oltre alla gara poetica in lingua sarda. L’aria di festa contagiava tutti dai più piccoli ai più grandi e le persone almeno in quei giorni, riuscivano a mettere da parte i problemi e le incomprensioni».

Maurizio Onidi

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