Campus scolastico: quale il futuro?

Sulla questione campus scolastico, un’unica struttura per la Marmilla, da oltre un anno non si hanno grandi novità. Tutto è fermo allo scorso dicembre quando è stata rinviata, per mancanza del numero legale dei partecipanti, un’assemblea dell’Unione dei Comuni della Marmilla organizzata per fare il punto della situazione. L’impressione generale è che sulla decisione finale si preferisca prendere (ancora) tempo; del resto la questione, visto che in ballo ci sono molti soldi (sono 9 i milioni di finanziamento da parte della Regione Sardegna per la costruzione del campus), è alquanto complessa. Ben diciotto i paesi interessati: tutti quelli appartenenti all’istituto comprensivo di Villamar, il più grande polo scolastico d’Italia per estensione che accorpa addirittura venticinque plessi tra infanzia, primaria e secondaria di I grado. Vi sono amministrazioni comunali che spingono perché il campus venga costruito e ve ne sono altre, invece, che non vedono di buon occhio l’iniziativa preferendo una soluzione non accentrata in un unico polo, ma diffusa su tre o quattro paesi capofila. L’incertezza regna da tempo e continua incessantemente in un territorio che non si può permettere simili attese dato che dilagano senza freno fenomeni quali lo spopolamento e la bassa natalità.

Costruire un campus centralizzato (che dovrebbe sorgere nel comune di Villamar) significherebbe avere una struttura che, almeno negli intenti progettuali individuati dalla Regione Sardegna per elargire il finanziamento, sarebbe avveniristica e in piena linea con quella che dovrebbe essere la scuola del terzo millennio ovvero altamente tecnologizzata e più simile agli istituti del nord Italia. Stando agli ultimi sondaggi le amministrazioni favorevoli al campus sarebbero: Genuri, Las Plassas, Pauli Arbarei, Setzu, Siddi, Tuili, Turri, Villamar e Villanovafranca; mentre quelle contrarie: Barumini, Collinas, Furtei, Gesturi, Lunamatrona, Segariu, Ussaramanna e Villanovaforru. Le diverse vedute, dopo anni di quieto vivere fra i paesi appartenenti all’Unione, hanno creato dei dibattiti, spesso accesi, fra i sostenitori delle posizioni avverse. Coloro che hanno una visione pro campus pongono l’accento sul fatto che se non si coglierà quest’occasione in tanti plessi, dato l’esiguo numero di iscritti, vi sarà un alto numero di pluriclassi che, giocoforza, creerebbero minore qualità nell’offerta formativa. Il miglior “pacchetto scuola”, sostengono inoltre, garantirebbe un indotto economico importante per lo sviluppo di un territorio che chiede più sviluppo e meno disoccupazione. I contrari al campus, al contrario, mettono l’attenzione sul fatto che in un’area già di per sé depressa economicamente dove anno dopo anno tanti servizi pubblici scompaiono, non sia giusto privarsi anche delle scuole senza le quali, viene sottolineato, i centri abitati si trasformerebbero “in paesi senza anima”. Gli stessi considerano quindi che le tante strutture scolastiche chiuse o utilizzate parzialmente (alcune delle quali di recente costruzione) potrebbero riaprire i propri battenti con dei costi decisamente minori rispetto a quelli necessari per edificare un campus. Un’osservazione, al di là delle contrapposizioni, è però d’obbligo: la Regione Sardegna, spesso, quando vengono presentati dei progetti volti a far risparmiare denaro pubblico non si tira indietro nell’elargire fondi; il caso del campus è lampante: ben diciassette plessi (primaria e scuola secondaria di I grado, l’infanzia è esclusa) verrebbero “unificati”, ciò significherebbe avere dei costi spalmati non più su diciassette piccoli fabbricati, ma su un unico.

La domanda che però i cittadini si pongono è la seguente: se è vero che con un campus centralizzato Stato e Regione risparmierebbero, per gli Enti locali succederebbe lo stesso? Un esempio per andare concretamente ai fatti: le spese per i trasporti quotidiani casa/scuola/casa degli studenti non è chiaro se graveranno sui Comuni o, ancora peggio, direttamente sui cittadini. Alcuni paesi del territorio facendo i conti della serva si troverebbero a dover organizzare un piano giornaliero di spostamenti per circa 70/80 studenti locali che, tradotto in numeri, significherebbe mettere a disposizione due pullman di grosse dimensioni. I dubbi simili a questo sono tanti e tutti con un comune denominatore: a rimetterci potrebbero essere gli stessi cittadini. Riflessioni a parte, la questione rimane però aperta: da oltre due anni è stata procrastinata e la soluzione ipotizzata da tanti (almeno sino a qualche mese fa) è che i favorevoli si costruiranno un loro campus (con un finanziamento ridotto rispetto ai 9 milioni euro inziali), mentre i contrari proseguiranno con le strutture proprie nella speranza che, negli anni a venire, il Ministero dell’Istruzione sia più indulgente sulle regole ferree inerenti il numero minimo di studenti per costituire le classi. Si attendono risposte: le chiede la Regione Sardegna per capire cosa ne sarà di quel finanziamento, ma soprattutto le aspettano i cittadini dai propri rappresentanti, sindaci e amministrazioni comunali, i quali, date le problematiche del territorio, non si possono permettere il lusso di continuare a decidere di non decidere.

Simone Muscas

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*