C’era una volta… lo sposalizio

Il giorno del matrimonio, un po’ in tutte le culture del nostro pianeta è, da tempo immemorabile, quello più immaginato e atteso. Cerimonie e rituali, differenti in base alla religione, alla nazionalità, alle tradizioni dei paesi  sono giunte  fino ai giorni nostri, spesso, identiche al passato. Non tutti i gesti e le consuetudini, purtroppo sono stati tramandati e gli stili di vita e le mode ne stanno facendo perdere lentamente il ricordo. Oggi, quando due innamorati decidono di sposarsi, si rivolgono ad un wedding planner che organizza e prepara  al posto loro. Prima, invece, era tutta un’altra storia…

In Sardegna, il giorno dello sposalizio era il culmine di una serie di riti e preparativi che spesso venivano avviati quando gli sposi erano ancora in tenera età.

    Il corredo che la sposa avrebbe portato nella casa coniugale, per esempio, veniva filato, tessuto, cucito e ricamato a mano e, in molti casi, si cominciava quando la futura sposa era ancora una bambina. Le mani esperte delle nonne, della mamma e delle zie, preparavano i primi pezzi di biancheria e la bambina apprendeva come armeggiare con fuso, ago e uncinetti vari. Quando era più pratica partecipava attivamente alla preparazione delle sue lenzuola, tovaglie e copriletti vari che poi venivano riposti con cura nella cassapanca, lo scrigno nel quale ogni sposa sarda conservava la sua dote.

Solitamente, una settimana prima del matrimonio, lo sposo, gli amici ed i parenti portavano la cassapanca, il resto della dote  e gli arredi nella casa nuova: una processione di gente allegra e carri trasportava gli oggetti e le provviste della nuova famiglia che stava per nascere.

Alcuni giorni prima del matrimonio si svolgeva il cerimoniale della preparazione del letto. Questa consuetudine, seppur con qualche differenza, è arrivata sino a noi ed è quindi ancora praticata per molti matrimoni. Le lenzuola per la prima notte di nozze dovevano essere bianche di lino o seta ed il letto doveva essere toccato solo dalle donne. Una “signorina”, simbolo di purezza, preparava il letto istruita e consigliata da una “signora”, simbolo  di conoscenza e saggezza. Appena il letto era pronto, si faceva salire una bambina che doveva fare svariate capriole come auspicio di fertilità per la coppia. Tra le lenzuola si mettevano soldi, confetti, grano e riso, augurio  di ricchezza, abbondanza e gioia.

I preparativi per il pranzo nuziale cominciavano alcuni giorni prima, con la collaborazione di parenti e amici: la preparazione del pane decorato e della carne erano per tutti motivo di riunione gioiosa e festa. Il giorno del matrimonio lo sposo, i genitori e gli invitati andavano a prendere la sposa a casa dei suoi genitori. Da lì, tutti in corteo  si andava in chiesa. Ancora oggi è usanza che lo sposo, insieme ai suoi genitori e agli invitati vadano a prendere la sposa, però non si va più a piedi, ma in macchina: per recarsi in chiesa gli sposi siedono su due auto diverse, addobbate con fiori e nastri. Alla fine della cerimonia, ormai marito e moglie, entrambi salgono sulla stessa macchina e, seguiti dalle auto strombazzanti degli invitati, si recano nel luogo in cui si svolgerà la festa.

In Campidano, all’uscita dalla chiesa, si usava benedire gli sposi con s’arazia, cerimonia che si compie ancora oggi. Le mamme degli sposi, formando per tre volte il segno della croce, cospargevano gli sposi di grano, sale, riso, petali di fiori, monetine e caramelle, contenuti in un piatto che poi si gettava  a terra nella speranza che si rompesse in tanti cocci. Quando il piatto non si rompeva, era un cattivo segno per la felicità della coppia,  perciò si continuava a gettarlo a terra fino a quando non si frantumava. Dopo a rottura de s’arazia il corteo nuziale si recava a casa degli sposi per i festeggiamenti. Lungo la via, la coppia veniva salutata con manciate di grano e altri piatti infranti da zie e vicine di casa.

Oggi siamo abituati a festeggiare i matrimoni nei ristoranti, con tantissime portate servite dai camerieri. Prima era diverso. Tra gli anni ’70/’80 del secolo scorso, per fare il pranzo di nozze era in uso affittare una sala. Parenti ed amici più giovani collaboravano alla preparazione di tutto: apparecchiavano i lunghi tavoli, servivano a tavola, lavavano i piatti. La festa cominciava alcuni giorni prima del matrimonio e terminava un paio di giorni dopo, quando il cibo era finito. In tempi ancora più lontani, la festa si faceva a casa degli sposi. Di solito, il giorno prima del matrimonio,  occorreva fare il giro di tutto il vicinato per farsi prestare piatti, posate, bicchieri e sedie. Nel Campidano il pranzo di nozze tipico prevedeva brodo di gallina ripiena, malloreddus, agnelli, maialetti, pollo e le immancabili “bombas” (polpette). Il dolce era “su gattou”,  seguito da tanti altri altri dolci tipici: is fruttinus, is candellaus, i druccis de accozza, pistoccus, bianchinus e ciambellasa. I dolci erano accompagnati dal rosolio, un liquore delicato preparato facendo macerare nell’alcool petali di rosa o erbe aromatiche.

Ancora oggi, è consuetudine che lo sposo, quando va a prendere la sposa, le porti in dono il mazzolino di fiori che lei terrà con se tutto il giorno.

Durante il ricevimento, la sposa fa il giro dei tavoli e le giovani non sposate fanno un nodo con la sola mano sinistra ad uno dei nastri presenti sul bouquet. La leggenda narra che, chi riesce nell’impresa, si sposerà entro l’anno. Sorte simile per chi prenderà al volo il mazzolino lanciato in aria dalla sposa: lei sarà la prossima sposa.

Sicuramente, i matrimoni di una volta erano molto più faticosi ed impegnativi di quelli di oggi ma,  tutti quei riti e tradizioni che piano piano abbiamo abbandonato, erano anche un ottima scusa per stare insieme, aiutarsi, collaborare ad un progetto comune, stare vicini alla famiglia e agli amici e far festa con le piccole cose.

Francesca Murgia

 

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