Di Panama Papers si muore

Nell’ottobre scorso , come tutti ben ricordiamo, in un paesino vicino a Malta, la giornalista Daphne Caruana Galizia rimaneva uccisa nell’esplosione della sua auto. La blogger era salita agli onori della cronaca per aver dato per prima la notizia del coinvolgimento della moglie del primo ministro maltese Joseph Muscat nei Panama Papers. Allo stato attuale non è stato ancora individuato l’assassino ma ritengo non sia difficile trovare il mandante. Perché questa notizia, resa ancora più drammatica dall’omicidio di una persona assume una valenza tanto importante? La risposta purtroppo ci rimanda ancora una volta al mondo dei paradisi fiscali con tutto il suo corollario. Andiamo per ordine: cosa sono i Panama Papers e come vengono alla ribalta. Grazie al lavoro svolto a livello internazionale da 378 giornalisti appartenenti a diverse nazioni (per l’Italia ha collaborato L’Espresso) si sono potute acquisire montagne di documenti che hanno avuto origine partendo dallo studio legale Mossack/Fonseca di Panama, considerato il più conosciuto e prolifico nella costituzione di società “offshore” (tradotto: all’estero). La specializzazione di questo studio dunque è la ricerca di paesi ove l’imposizione fiscale è irrisoria se non addirittura inesistente e naturalmente che garantisca l’assoluta e totale segretezza circa i nominativi dei “clienti”. È facile intuire che coloro i quali si rivolgono a questo e ad altri studi similari, hanno da nascondere la propria ricchezza al fisco del paese d’origine. Il nome prende spunto dal famoso “Pentagono Papers”, pubblicato nel 1971 dal New York Times che sbugiardò lo staff dell’allora presidente americano Nixon, circa la guerra nel Vietnam.

Diventa interessante a questo punto scoprire chi sono i personaggi che cominciano a emergere da tale documentazione. C’è di tutto e di più, finanzieri legati a Putin, personaggi di primo piano del mondo del pallone come Messi e Platini per citarne alcuni. Non mancano i ricchi arabi che hanno costituito delle società al fine di intestarle i loro mega yacht, è il caso del re dell’Arabia Saudita e il sovrano del Marocco. Potevano mancare i nostri connazionali? Eccone alcuni: Carlo Verdone, Briatore, Luca Cordero di Montezemolo, Barbara D’Urso. Secondo fonti giornalistiche, la lista completa degli italiani comprende circa 800 nominativi sui quali il fisco italiano per il quale noi tifiamo, ha acceso i riflettori. Visto che non bastavano i Panama Papers adesso sono venuti alla luce altri documenti molto importanti. Sulla scia di quanto fatto precedentemente, lo stesso gruppo di giornalisti/investigatori, ha scoperto un altro filone di operazioni effettuate in diversi paradisi fiscali chiamato appunto Paradise Papers. Questa ricerca prende avvio da documenti sottratti alla Appleby, società fra le più importanti al mondo nel campo della consulenza legale finalizzata nel mettere al riparo da occhi indiscreti, capitali spesso rivenienti da attività illegali. A differenza di quanto fatto precedentemente con i Panama Papers che hanno riguardato uno specifico forziere appunto Panama, questa volta l’indagine è stata rivolta alla quasi totalità della galassia dei paradisi fiscali e anche in questa occasione non mancano le sorprese anche se la decodifica dei documenti è ancora all’inizio. Si quantificano in circa 120 mila le persone e società interessate. Spiccano nomi altosonanti: la Regina Elisabetta; società come Apple, Mc Donald’s, Facebook, Nike; la cantante Madonna, Bono degli U2; il pilota di F1 Hamilton e tanti altri ancora. L’Italia è ben rappresentata, fra tutti spunta il tesoro dei Rovelli (gruppo chimico SIR) che tanto veleno ha prodotto in Sardegna. Nella lista è presente anche una congregazione religiosa: i legionari di Cristo (povero Papa Francesco gliene stanno combinando più di Bertoldo). Ma quanti sono, dove sono e quanto valgono i paradisi fiscali: grazie all’accordo stipulato nel 2014, fra i  governi di 52 paesi, che prevede tra l’altro lo scambio di informazioni finanziarie, l’abolizione del segreto bancario e la famosa “voluntary disclosure” (collaborazione volontaria) consente cioè di regolarizzare i capitali detenuti all’estero illegalmente, beneficiando di sgravi sulle sanzioni; i paradisi fiscali attualmente sono 26 sparsi in tutto il globo e di cui 4 in paesi europei: Paesi Bassi, Svizzera, Irlanda e Lussemburgo. Dati approssimativi per difetto, stimano che nel 2014 (ultima valutazione disponibile), fossero depositati nei paradisi fiscali circa 7.600 miliardi di dollari di ricchezza e su questa, se venissero pagate le relative imposte, la fiscalità crescerebbe di circa 190 miliardi di dollari. Prima di concludere vorrei fare una proposta provocatoria ai nostri governanti: assumiamo questi giornalisti/investigatori chissà che non sia la volta buona che riusciamo ad abbassare la pressione fiscale. Alla fine tanto provocatoria non mi pare.

Maurizio Onidi

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