Don Giovannino Pinna: «Pitticheddu ma tottu succi»

«Pitticheddu ma tottu succi» (piccolino ma tutto succo). Così Mons. Paolo Atzei, arcivescovo della diocesi di Sassari, ha definito Don Giovannino Pinna nel corso di un suo intervento a un convegno internazionale, per ricordare alcune figure di santi e beati, organizzato dalla Fondazione “Mons. Giovannino Pinna” onlus di Villacidro. Un frutto piccolo, dunque, apparentemente poco invitante, perché ci si aspetta che sia asciutto, magari poco gradevole al gusto e che, invece, sorprende tutti, perché ricolmo di succo. In fondo, Don Giovannino era proprio così. Dietro quel corpo minuto, apparentemente insignificante, si celavano i doni che il Signore gli aveva concesso e che egli, con la sua ricchezza d’animo, riusciva a mettere a frutto. Non è un caso, infatti, se il teologo Daniel Ramada Piendibene, a proposito di Don Pinna scrive queste parole: «La sua azione pastorale è un vivo esempio di contemplazione nell’azione. Ciò che è permanente e ciò che è nuovo, la contemplazione che si nutre all’interno dell’anima e la risposta alle sfide esteriori, parrocchiali, familiari, sociali, politiche, morali o spirituali che interpellano la fede in una società in continua mutazione». Ma è la sua sensibilità pastorale che colpisce credenti e non credenti: «I bambini e i giovani, l’educazione e l’assistenza alle famiglie, anche in situazioni d’irregolarità canonica, i poveri, i disoccupati, gli anziani e i malati; tutti loro […] costituiscono il centro dell’impegno umano e pastorale di Don Giovannino».

Ogni giorno della sua vita sacerdotale, pur nella consapevolezza dei suoi limiti, compresi quelli caratteriali, era completamente dedicato al Signore e non al proprio tempo personale. Non era simile a quei sacerdoti –come scrive Papa Francesco nell’Evangelii gaudium– «che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale. Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi. Alcuni fanno resistenza a provare sino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti da un’accidia paralizzante».

Durante l’omelia della prima messa celebrata da Don Giovannino la domenica del 5 ottobre del 1969 come nuovo vice-parroco della chiesa della Beata Vergine della Neve, nel piccolo centro agricolo di Pabillonis, rivolgendosi ai fedeli, afferma:

 

il sacerdote, amici, è l’uomo di tutti; egli esiste solo in quanto c’è un’umanità da salvare con tutti i suoi problemi, da quelli religiosi a quelli morali, da quelli familiari a quelli sociali.

È  vero nel mondo c’è anche gente che si chiede se oggi il prete ha ancora motivo di esistere: ma questo in fondo succede perché ancora non si è capito cos’è il sacerdote. Anche noi del resto se fossimo sinceri dovremmo ammettere che spesso ci si limita ad avvicinare il sacerdote solo nei momenti più importanti della vita, quando per un’usanza ormai acquisita da secoli, si è tutti d’accordo per dire che non se ne può fare a meno, per cui si sta anche degli anni senza mai parlare con un sacerdote. Se lo gradite vi dico anche perché ho scelto di essere sacerdote: certo non è facile spiegare perché uno decide di vivere in modo diverso dagli altri uomini, comunque penso sia ugualmente possibile intravedere almeno alcuni di questi motivi. Prima di tutto, vedete, è la gioia esaltante del bisogno di credere in Dio più totalmente che sia possibile. Ancora è l’entusiasmo di parlare del [Cri]sto, vero Dio e vero uomo, fino a farne il solo motivo valido di tutta un’esistenza. Infine mi sono fatto prete per amare con più sincerità e con eguale intensità tutti gli uomini come altrettanti miei fratelli. Desidero condividere pienamente tutti i problemi dell’uomo, la sua povertà, l’ingiustizia a cui è soggetto, le angosce da cui si sente tormentato, per far comprendere loro che [Cri]sto è sempre un nostro fratello, che soffre e gioisce quotidianamente al fianco di ognuno di noi.

Sono temi che egli riprende dall’omelia della prima messa solenne celebrata a Gonnosfanadiga, nella chiesa parrocchiale di Santa Barbara, la domenica del 7 settembre 1969, nella quale Don Pinna  dedica ampio spazio alla figura del sacerdote: «Certo se la figura del prete fosse davvero da ridursi ad essere vista come un qualcosa di non necessario per la propria vita e per la vita sociale, allora va bene: meglio che scompaia al più presto. Ma questo non è, e non deve essere un prete». Poi aggiunge: «Cristo ha mandato i sacerdoti tra gli uomini, per essere veramente in mezzo a loro, al loro servizio, come testimoni e indicatori della presenza di Dio nel mondo». Ancora, un pensiero al quale rimarrà intimamente legato per tutta la sua vita: «Il sacerdote è tra gli uomini non per essere, principalmente, un promotore del progresso sociale, per questo infatti altri hanno il dovere di impegnarsi, ma come il rivelatore della Buona Novella che Dio, mediante il Cristo, ci ha voluto rivelare». «In una parola –prosegue Don Giovannino- penso di poter dire di aver scelto il sacerdozio solo perché mi fa sentire di essere davvero una persona felice». Infine, «sappiate che vorrei essere per tutti segno chiaro, evidente, della presenza tra di noi di Cristo, certezza del suo esistere e sicurezza che tutto si può donare a chi tutto ha dato per noi».

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