Don Giovannino Pinna: «Rimotivare i sacerdoti»

L’esaltazione della vita sacerdotale, tema tanto caro sia a Mons. Pilo che a Mons. Tedde, è stata  una delle costanti del quotidiano vivere di Don Giovannino che lo ha spinto a non cercare l’interesse personale, a non circondarsi di cose superflue, anzi a privarsi, con una naturalezza disarmante, di quei beni e di quei servizi ai quali pochi oggi rinuncerebbero, a cominciare dagli arredi -pochi e essenziali nella canonica di Santa Barbara a Villacidro- dal riscaldamento della casa (l’unica fonte di calore per il nostro sacerdote era costituita dal fuoco del tradizionale caminetto) e dal bagno accogliente e superaccessoriato (in contrapposizione  a quello modestissimo dell’abitazione di Don Giovannino).

Don Giovannino, assorto nella lettura della Bibbia

Ma l’esaltazione della sua vita sacerdotale, oltre che con il condurre un’esistenza semplice e morigerata, si manifestava attraverso il rifiuto del compromesso. Non amava circondarsi o scendere a compromessi con i potenti di turno per avere qualche tornaconto personale. Potente, per lui, era solo Dio. Il suo impegno, quotidiano, nel più scrupoloso silenzio, era per gli ammalati, che visitava, con costanza, nelle loro abitazioni, portando una parola di conforto; il suo impegno era per i bambini, che chiamava con gioia «is pippius mius» (i miei bambini), come un padre che, sorridente, gioca con i suoi piccoli e li abbraccia tutti; il suo impegno era per i sofferenti d’ogni genere che accoglieva nell’Ufficio parrocchiale, per ascoltarli, per assisterli, con la parola di Cristo, nello sconforto e nel dolore, offrendo a tutti una parola di speranza.

«Sono per carattere aperto e burlone, -scrive in una nota manoscritta- ma anche molto esigente (spero con me stesso, innanzitutto). Le difficoltà non mi scoraggiano».

Mons. Antonino Orrù, Vescovo di Ales, consegna a don Giovannino le chiavi della parrocchia di Santa Barbara (Villacidro, 31 ottobre 1998).

Spendersi con gli altri con dedizione, significava per Don Pinna rifiutare il disimpegno. Chi serviva la Chiesa non poteva assumere né le vesti di don Abbondio dei Promessi Sposi, né rincorrere gli dei del potere e del denaro a scapito della croce, oggi sempre più esaltata a parole e sempre meno con l’esempio anche da certi ambienti della Chiesa. In una nota manoscritta, presumibilmente dei primi anni Duemila, scrive di notare, sia  a livello formativo, sia in termini di impegno pastorale dei sacerdoti, uno scadimento:  «Ci si comporta alla stregua di lavoratori (le cose da fare sono predefinite) che timbrano il cartellino, ma non si è né motivati, né missionari». «Non sono capace di serbare rancore, anzi se con qualcuno non c’è armonia sto male. Mi auguro che si riesca ad essere tra noi [preti] schietti, sinceri e rispettosi. Mi pare urgente rimotivare i sacerdoti con proposte pastorali impegnative e coinvolgenti».

L’esempio della vita di Gesù Cristo è al centro del suo insegnamento e della catechesi; un messaggio di sacrificio e di speranza da trasmettere a tutti i figli, a cominciare dai più piccoli, della comunità parrocchiale, che egli ha sempre concepito come una grande famiglia di credenti. Ma spendersi per gli altri aveva anche il significato di sviluppare le proprie capacità progettuali e organizzative per metterle al servizio della gente, nel suo caso specifico, della comunità parrocchiale; significava -come gli aveva insegnato la testimonianza di vita di Mons. Pilo e la lettura delle sue opere- riconoscere il diritto della comunità parrocchiale a essere amata e servita come una famiglia sia sul piano pastorale che sociale, con tutto se stesso.

Martino Contu

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