Franco Sanna e l’importanza del cibo al tempo dei Romani

a cura di Sergio Portas

Non c’è bisogno di scomodare Eraclito e il suo “pantarei” (tutto scorre) per aver chiaro che se è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume ( a tal proposito lo scrive Platone nel suo “Cratilo”) così è impossibile per un coro cantare due volte la stessa canzone. Specie se nel suo divenire cambia dei “pezzi” importanti, delle voci che contano. Questo per dirvi che alla notizia che anche Franco Sanna era intenzionato a downloadAttachment (2)lasciare il coro sardo dove insieme cantiamo da anni (“Sa Oghe de su coro”, Maestro: Pino Martini Obinu) sono stato preso da leggero mancamento. Lui era il mio bastione destro, tenore e musicista, suonatore anche di chitarra. A sinistra, fino ad un anno fa avevo Eros Suà, baritono musicista e suonatore di chitarra, rientrato in Sardegna emigrante di ritorno, con la moglie Nadia Balia, corista pure lei, ora provano a ritagliarsi un lavoro in quel di Sant’ Antioco, qui a Milano i loro posti svaniti nel gorgo della crisi nel giro di pochi mesi. Un uno-due da stendere per KO persino il Mohammed Alì dei tempi d’oro. Il coro (e il Maestro) forse ce la faranno a sopravvivere, musicalmente parlando, io “speriamo che me la cavo”, eterno indeciso su quale nota entrare, dovrò giocoforza abituarmi al mio nuovo ruolo di orfano di due babbi, e meno male che oggi ciò è politicamente corretto. Franco ci dice che non ce la fa più a seguire tutti gli impegni che ha inanellato sin qui: sardo di ritorno, i suoi di discendenza maschile sono di Monserrato, ha casa anche a Castelsardo, magione che fu già dei Doria che si accasarono con la stirpe d’Arborea, e infatti pure la grande Eleonora vi si stabilì a lungo, mentre il marito Brancaleone era chiuso nella torre di Cagliari. Qui a Milano è stato insegnante di greco e latino nei licei, preside a fine carriera. Inevitabile non incaponirci in discussioni sulla “buona scuola” che Matteo va inserendo nelle sue riforme atte a rottamare. Nobile intento davvero visto le condizioni in cui il Paese è piombato dopo due decenni di governi populisti: Ian Buruma, saggista e accademico olandese di fama internazionale che scrive di “Trump e la politica del pagliaccio”, lo identifica come fenomeno esteso, osservabile in tutto il mondo democratico. Noi in Italia abbiamo esagerato, col secondo partito nazionale a guida di un comico di professione e col conferire il mandato a governare per tre volte “a un primo ministro clownesco. Silvio Berlusconi, un altro miliardario che ha fondato la propria fortuna nel settore edile e ha iniziato la carriera come intrattenitore di navi da crociera, era persino più 15fo- sergio quartettostravagante di Trump… a molti (in particolare uomini) piaceva non “a dispetto” delle sue sparate e dei suoi atteggiamenti stupefacenti, ma proprio grazie ad essi” (“Repubblica del 11 agosto 2015). Sempre Buruma: “Ma, poiché deteneva la maggioranza delle reti televisive del Paese, era anche padrone dei mass media”.
In attesa che anche Matteo si accorga che i verbi che descrivono, ahimè, la patologia democratica italiana vanno ancora declinati al presente e non all’imperfetto e che proceda quindi a una ineluttabile e vistosa rottamazione di tanto obbrobrio, ogni italiano che si rispetti ha da combattere la propria battaglia per tentare di sgretolare una egemonia culturale asfissiante, che nega e annega ogni possibilità di cambiamento reale. Franco lo fa con un suo sito internet: “Latinamente” (www.latinamente.it) e con le sue letture multimediali di classici latini e greci, in genere alla Mediateca di santa Tecla, stavolta, sabato 27 di giugno, è al museo Archeologico di Milano per “Aspetti culturali del cibo nella letteratura di Roma antica”. L’idea di abbinare alla classica conferenza un supporto multimediale viene dall’esperienza didattica di Franco, che si era presto accorto quanto mutasse in meglio l’attenzione degli studenti per una qualsiasi lezione di greco o latino se questa veniva supportata da un video proiettato, magari accompagnato da una musica accortamente scelta. E funziona davvero, perché come dice introducendo oggi: “Il cibo è anche bello da vedere, fa parte dell’arredo, e un conto è dire di un mosaico di Ostia antica (5° secolo dopo Cristo, 15fo- quadro downloadAttachment (3)non ci sono già più i triclini), un conto è vederselo proiettato, la fine di un banchetto con la stanza non ancora spazzata, a terra ricci, una zampa di pollo, lische di pesce, un gatto che si aggira beato tra tanti resti di cibo. I commensali accalcati l’uno sull’altro, con la speranza che il vicino non si fosse abbuffato di garum, una sorta di pasta d’acciughe molto in voga nella Roma antica ma che, a dire di Marziale, conferiva a chi ne abusava un alito pestilenziale. Apicio ( Marco Gavio, 25 a.C.- 37 d.C.), uno che ha scritto decine di libri in cui non sono che ricette di cucina, una lettura poco amena in verità, si preoccupava della sua conservazione.
Dice Franco che leggere Apicio è come leggere i menù dei ristoranti di élite, oppure dei cuochi “da spettacolo” i grandi chef di oggi. Nel suo “De re coquinaria” si incontrano difficoltà di comprensione dei termini, a partire dagli ingredienti, perché il tempo ha scavato un solco profondo tra quella lingua tecnica e quella di oggi. Roma era stata per secoli una repubblica molto frugale e questo si riversava nelle scelte del cibo quotidiano del romano medio, il pane innanzitutto. Le prime leggi frumentarie di Caio Gracco sono del 123 a.C.: l’erario si faceva carico di acquistare in Sicilia del grano e ne curava il trasporto fino al porto di Ostia. E veniva poi venduto a prezzo molto calmierato. Già allora il provvedimento non piaceva a coloro che invocavano il “libero mercato” quale unico fautore del prezzo. Come Roma si fece grande e imperiale, specie nelle classi agiate, si diffuse la pratica vegetariana. Di derivazione greca la filosofia che sottendeva questa scelta, Pitagora il primo grande vegetariano, “Intorno al cibarsi di carne” di Plutarco è del secondo secolo dopo Cristo. Mentre le ricette di cucina nel “De Agricoltura” di Catone assomigliano più a formule magiche. Del resto che tra cucina e medicina ci sia un legame profondo lo dimostra il fatto che i medici di allora, come i nostri del resto, iniziassero a curare i mali del tempo con diete rigorose. E comunque sempre è stato alto il valore simbolico del cibo, in autori come Tibullo e lo stesso Virgilio, nell’Eneide ad Enea si vaticina che troverà la nuova terra dove vivere e la riconoscerà dal tipo di pane che vi si mangia. Petronio nella famosa cena di Trimalcione nel suo “Satyricon”, per sottolineare quanto il padrone di casa non fosse che un arricchito senza un briciolo di cultura, muta in farsa l’arte di esibire il cibo, erano quelli i tempi di Nerone imperatore. Di contraltare Ovidio nelle sue “Metamorfosi”, pochi anni prima, scriveva di Filemone e Bauci, due anziani coniugi a cui fanno una improvvisa visita Giove e Mercurio, in rigido incognito e senza gli ammenicoli che li avrebbero fatti riconoscere a dei dell’Olimpo. I padroni di casa offrono di tutto quello che hanno, i frutti dell’orto innanzitutto, olive verdi e nere in recipienti di coccio, cicoria, formaggi e uova cotte a fuoco lento. Accanto alla tavola, lavata con acqua e menta, un cratere di coccio e tazze di legno per mescere un vino giovane. Un pezzo di prosciutto affumicato tagliato a dadini e immerso nell’acqua bollente. Poi frutta a volontà: ampi canestri di fichi secchi, di mele, noci, prugne, uva rossa con al centro un favo di miele. L’oca che pure avrebbero sacrificata per i due ospiti inattesi si rifugia tra le gambe degli dei che proibiscono di ucciderla.
La favola di Filemone e Bauci è così deliziosa che colpì la fantasia di molteplici artisti di ogni tempo e la troviamo immortalata in numerosi quadri, che Franco Sanna ci proietta oggi, i colori un po’ falsati da un proiettore che non dialoga del tutto col computer di prammatica. Ma poco importa che Franco in codesti frangenti dà il meglio di sé, capelli brizzolati e occhi d’azzurro chiaro, gli occhiali verdi appesi ad un cordino che gli ballano sullo sparato bianco della camicia, un vero showman. Quanto mi mancherà nel coro quando rivolgendosi a una “frisca Rosa” la implorava che gli aprisse la porta, che era tremante come foglia di canna, e quella dura come il sasso: “sa janna no l’aperio, no non l’aperio, finza ch’essit su sole in artu mare…”.

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