“Gramsci, una nuova biografia” di Angelo D’Orsi

Nonna Cadeddu di nome faceva Raffaella, è morta il medesimo anno della mia nascita (il ’46) quindi l’ho conosciuta solo dalle storie che mamma mi raccontava di lei, di come fosse brava a fare e cuocere il pane, e a Pasqua quello “speciale” con due o tre uova sode in mezzo, a Dualchi dove incontrò e sposò nonno Cherchi c’era andata, da Guspini, per fare la serva. Lì nacquero i miei zii Michele e Paolina, a Guspini dove tornarono perché nonno andasse in miniera a Montevecchio, mia zia Angelina e mamma Giuseppina, Pina, Pinuccia, la “piccola” di casa. Forte di tanta discendenza non ho esitato un istante a presentarmi, venerdì 22 settembre, a Davide Cadeddu, alla “Feltrinelli” di piazza Duomo dove, insieme a Marzio Zanantoni, direttore editoriale della casa editrice Unicopli e docente universitario a Milano, fanno da apripista ad Angelo D’Orsi, venuto qui a presentare il suo ultimo libro: “Gramsci, una nuova biografia”, per le Storie/Feltrinelli. Con Cadeddu non siamo risultati parenti, mi dice che il babbo suo viene da un paesino vicino Bosa, anche lui in miniera, a Carbonia, prima di emigrare in Continente dove incontrerà la mamma di Davide, sarda anche lei, lui viene al mondo in provincia di Varese ma con quel cognome che porta non gli chiederanno il passaporto quando sarà proclamata la repubblica sovrana di Sardegna. È professore associato di Storia delle Dottrine Politiche presso l’università statale di Milano, dove si è laureato in Storia, tesi sul pensiero politico di Adriano Olivetti, 110 e lode, nel non lontano 2001. Da allora, dottorati di ricerca, abilitazioni, collaborazioni presso prestigiose associazioni culturali e scientifiche, saggi e articoli in riviste e volumi, pubblicazioni di libri. Anche Angelo D’Orsi è docente universitario, a Torino, dove è stato allievo di Norberto Bobbio. Da anni studia la vita e il pensiero di Antonio Gramsci, su Wikipedia dove leggo che è nato nel ’47 a Pontecagnano Faiano (15 chilometri da Salerno) sono elencati ben 34 titoli dei suoi libri! E tra essi non ci sono: “Il nostro Gramsci. Antonio Gramsci a colloquio con i protagonisti della storia d’Italia” (Viella,2011), “Inchiesta su Gramsci” (Accademia University Press, 2014), “Gramsciana, saggi su Antonio Gramsci” (Mucchi, 2015). E ancora, cura la “Biografia Gramsciana Ragionata” (Viella, 2008), dirige oltre a “Historia Magistra”, rivista di storia critica anche: “Gramsciana”, rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci. D’Orsi è un fine polemista, ed è spesso sui canali Rai a litigare coi vari Salvini e compagnia bella (chi volesse sentirlo su You Tube dare del “cadavere” a Berlusconi e del “Pieraccioni della politica” a Matteo Renzi, in una puntata di “Agorà” del 2012, non ha che da cliccare il suo nome su internet). Insomma sono tre studiosi, tre intellettuali a tutto tondo, qui riuniti a parlare di un libro che, compresi i titoli della Bibliografia richiamati in nota (e sono 16 pagine!) arriva a sfiorarne 400. Un libro non accademico, dice Davide Cadeddu, si nota la tensione dell’autore per un pubblico più vasto, scritto con un linguaggio che vuole arrivare a tutti. In cui traspare quasi l’inattualità del pensiero gramsciano, nel suo tempo e forse ancora oggi.

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Un libro che si presta comunque a diversi livelli di lettura, ci sono sia i contrasti affettivi che la carriera politica, la vita “da rivoluzionario”, e in seguito il carcere dove “tarpate le ali all’attivista, si spiegarono quelle del pensatore”. Che seppe superare alcune barriere del pensiero marxista-leninista, immaginando un comunismo diverso che avrebbe potuto essere. Non c’è nulla di apologetico in questo libro, lo dico con un sentimento insulare, da sardo nato in Lombardia. Marzio Zanantoni si dice colpito dall’opera di D’Orsi, riflette sull’aggettivo “nuova” che precede la biografia, volutamente costruita, a suo dire, in maniera popolare, mentre quelle che si vanno pubblicando oggi sono di tipo aneddotico, senza mai una nota a piè di pagina, non fia mai che appesantiscano il testo! Ne è uscita una cosa fuori dall’ordinario, che non deve essere stata molto facile da scrivere. Se si considera che dopo i primi venti anni “sardi”, di vita vissuta ne rimangono solo 15, lui infatti finisce in carcere a 35 anni, un ragazzo, diremmo oggi.

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E perché tutti lo possano comprendere, quasi a prefigurare un pubblico vasto, diverso, non accademico, forse a qualche cosa occorre  rinunciare. “Nessuna rinuncia”, dice D’Orsi, l’aggettivo “nuovo” è stato voluto fortemente dall’editore, ma ora ne sono contento. La vecchia, bella biografia di Giuseppe Fiori, conta oramai cinquanta anni e passa, da allora si è prodotta una mole di letteratura critica e storiografica. Certo il fatto che Fiori fosse sardo e i parenti di Gramsci che lui va a contattare fossero ancora vivi rendono il suo libro di una freschezza senza paragoni. D’altro canto si sente che il biografo è totalmente coinvolto dal personaggio di cui tenta di scrivere la vita. E comunque: “Io amo Gramsci, lo dichiaro!”. Ho voluto raccontare l’emergere del suo pensiero, e anche il processo di decadenza del corpo, ci sono dei dettagli raccapriccianti di come lui si descrive in alcune lettere, dal ’33 in avanti. Quando arriva nella clinica e può finalmente guardarsi in uno specchio normale, fa fatica a riconoscersi. Sul pensiero di Antonio Gramsci vi sono 20.000 (ventimila!) titoli in 41 lingue del mondo, metà dei quali in italiano, ebbene il 90% sono interpretazioni di Gramsci. Questa totalità quasi bulimica rischia di assimilare tutto. Io ho scelto di parlare al di fuori di questa “chiesa gramsciana”. Iniziando dalla Sardegna e dal razzismo con cui veniva trattata nel tardo ‘800. Gli studi dei vari Lombroso e Niceforo che andavano misurando i crani dei sardi a suffragio delle loro teorie sull’inferiorità di certi popoli rispetto ad altri: tanto che c’erano dei francesi che si recavano in Sardegna apposta per “guardare i sardi”. Non stupisce che il giovane Gramsci gridasse slogan tipo: “Buttiamo a mare i continentali” (lo gridava in sardo: “ A foras sos continentales” n.d.r.). Affascinato da Torino dove scopre la classe operaia, desideroso della conoscenza personale dei lavoratori Fiat. Curioso di sapere come vivessero. Spesso pranzava con loro, e voleva che quando, a desinare finito, si parlava di politica, le donne non rimanessero a pulire i piatti in cucina ma fossero presenti al dibattito. E poi l’influsso pesantissimo della sua malattia. L’arresto del padre che fu per lui trauma fisico e morale. Quando Nino viene condannato in via definitiva, per un anno gli è vietato scrivere se non ai suoi e leggere libri. Deve accontentarsi delle biblioteche di carcere, eppure anche lì, dai libri di Carolina Invernizio e Ponson Du Terrail riuscì a “cavare sangue dalle rape”. Si chiese il perché venisse data al popolo questa roba, e da lì venne il concetto di nazional-popolare su cui scrisse pagine significative. Ebbe poi un conto illimitato con la Utet di Milano, tramite il suo amico Piero Sraffa, cattedratico a Cambridge (il sogno di ogni intellettuale) ma i libri che chiedeva erano sottoposti all’arbitrio della censura del ministro dell’interno (Mussolini): qualche volta non arrivava Marx e arrivava Croce, altre volte arrivava Marx e  gli veniva negato Croce. Gli era permesso di scrivere per sole quattro ore al giorno. Al fine di umiliarlo. Dalle lettere vediamo che dal ’35 in avanti la sua volontà cade. Scrive comunque 33 quaderni, che ci sono pervenuti grazie a Palmiro Togliatti che per primo, dopo le lettere che fece pubblicare nel’47, fece uscire i Quaderni per Einaudi perché, diceva, “Gramsci non appartiene al Partito Comunista, ma all’umanità intera”. Essi sono in estrema sintesi una riflessione sulla sconfitta umana e politica che ha dovuto subire, da qui l’interesse sul come si sia formata questa Italia, l’interesse per Machiavelli, per gli intellettuali d’ogni tempo. Il concetto di “Egemonia”, quello dei “Gruppi subalterni” che sostituiranno la “classe operaia”. Elabora praticamente un dizionario politico che oggi è utilizzato in tutto il mondo. Nuovi concetti lontani dal marxismo-leninismo cattedratico, dogmatico, allora dominante. Il capitalismo inteso come una civiltà. I Quaderni sono una riflessione sulla intera Modernità. Gramsci ha una personalità morale immensa. E’ una sorta di grande anima. Inattuale ma necessario. Me lo sono portato in ferie in Sardegna il Gramsci di D’Orsi e debbo dire che davvero si fa leggere volentieri: rivelazioni curiose: la famiglia Marcias della madre di Nino (così lo chiamavano i suoi) è originaria di Pabillonis, fin dal 1708, e prima di approdare a Ghilarza passò per Forru, quella che oggi è Collinas. Certo io avrei sottolineato di più il “sardismo” del nostro eroe, i suoi cinque anni passati a Sorgono dove arrivò infante di nove mesi da Ales, dove la lingua sarda giostrò in lui come l’italiana, se non di più. Il trauma immenso che tutta la famiglia subì dopo la condanna al carcere del padre, quasi sei anni. L’impoverimento, il cambio forzoso di vita, una mamma che non esce mai se non pre la prima messa al mattino. Una mamma che cuce fino a tarda notte, costretta a tenere dei pensionati per sopravvivere. E fortuna che la casa di Ghilarza della sorellastra Grazietta l’accolse coi suoi sette figli. Una mamma che mente ai figli sulla sorte del padre, solo il primogenito Gennaro (Nannaro) sapeva la verità. Verità che Nino apprese quasi certamente nel suo frequentare i suoi compagni di giochi di Ghilarza ed allora divenne intollerante verso tutti “i grandi”, di cui non ci si poteva fidare. Ciccillo Gramsci, da Gaeta, padre “traditore” (“padre padrone” in una lettera). Peppina Marcias, da Ghilarza, madre adorata. Nino che si innamora di tre delle sorelle Schucht, la più bella delle quali gli darà due figli. Bolsceviche di padre nobile amico di Lenin. Serebrian Bor, bosco d’argento il posto galeotto dove incontrò prima Genia e poi Julia, la terza Tania gli sarà di consolazione in ogni traversia che gli toccherà di sopportare nei carceri fascisti. Insomma la prima parte di questo libro, quella “sarda”, cinquanta pagine su quattrocento, va ampliata. Come m’imbatto ancora in Angelo D’Orsi, mi armo di coraggio, e glielo dico.

Sergio Portas

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