L’analfabetismo emozionale

Nel febbraio del 1992, un fatto di sangue scosse una scuola superiore di Brooklyn: il quindicenne Khalil sparò “inspiegabilmente”a due studenti della sua scuola di uno e due anni più grandi di lui, uccidendoli nell’atrio della scuola, con una pistola calibro 38. Già allora lo psicologo Daniel Goleman descriveva sul “The New York Times” i suoi corsi di alfabetizzazione emozionale (la capacità di riconoscere e controllare le proprie emozioni) applicati in ogni ambito sociale e lavorativo come competenza efficace per diverse soluzioni, basilari per la prevenzione della violenza. Torniamo un attimo alla vicenda di Brooklyn, il cui movente fu presto divulgato dalla stampa: il giovane assassino era da tempo vittima di vessazioni e minacce da parte dei due studenti più grandi, tormenti iniziati per una discussione da poco, degenerata in episodi sempre più gravi, fino al drammatico epilogo. Goleman prese il fatto come esempio per sensibilizzare l’attenzione pubblica sull’importanza di portare anche nelle scuole l’insegnamento dell’intelligenza emotiva e socio-emotiva nei programmi scolastici, a quei tempi reputata dagli  meno importante di qualsiasi altra materia scolastica tradizionale, al contrario intuitivamente definita dagli psicologi “la madre di tutte le competenze  personali e sociali”. Oggi anche in Italia (quasi 30 anni dopo l’America), è entrato nel linguaggio comune il concetto di analfabetismo emozionale (o emotivo), valutato come una lacuna peggiore del non saper leggere e scrivere bene: come ci si può preoccupare per queste ultime funzionalità e trascurare quelle emotive utili contro problematiche come bullismo, violenza, discriminazioni, razzismo, autolesionismo, sofferenza, disagi che potrebbero portare al suicidio (o come nell’esempio di inizio articolo all’omicidio)? Non bisogna essere buonisti quando si parla di violenza, bisogna avere il buon senso di imparare le lezioni dalla cronaca nera: ogni volta che una vita viene spezzata per propria volontà o per quella altrui, tutta la società è colpevole; quale genitore ammetterebbe di tenere maggiormente al profitto scolastico piuttosto che alla vita del proprio figlio? Eppure implicitamente ogni volta che una morte poteva essere prevenuta (attraverso l’intelligenza emotiva) e non lo si è fatto, significa che in tanti hanno svalutato quella stessa vita. Poco importa il sesso, la razza, la religione, la professione della vittima, quella vittima era figlio/a, padre/madre, parente/amico di qualcuno che a loro volta si porteranno in modo indelebile le conseguenze di quell’assenza. Questo è il prezzo da pagare quando si parla di analfabetismo emozionale: quando le emozioni delle persone vengono sottovalutate, relegate in un angolo;  quando in una data società le emozioni non sono universalmente importanti ma subordinate alla legge del più forte numericamente o fisicamente, quando manca l’empatia tra le persone (ovvero quando non ci si accorge del male che si fa agli altri), è allora che la vita perde il suo prezioso valore, perché una società di analfabeti emotivi non da la certezza di chi saranno le vittime verso cui si volgerà la violenza, ignorare le proprie emozioni e quelle altrui è il primo passo verso la deriva sociale, ci sarà sempre qualche categoria più debole da sottomettere senza pietà, senza buon senso.

Dott.ssa Alice Bandino

psicologa

www.psygoalicebandino.it

 

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