L’ingegnera Sara Cabitza progetta auto di Formula Uno

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All’età di 15 anni, in quinta ginnasio, aveva già deciso che cosa fare da grande: studiare ingegneria meccanica e progettare le auto che avrebbero gareggiato in Formula Uno. E il sogno di Sara Cabitza, 35 anni, si è ora realizzato: la giovane ingegnera di Gonnosfanadiga vive in Inghilterra a Entstone nel distretto del West Oxfordshire e progetta le auto di Formula 1 per la Renault dove lavora con il ruolo di “Junior Aerodynamicist”.

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Quando  è iniziata la passione per le auto da corsa?

“Sin da piccola. A 5 anni  guardavo le gare con mio padre tempestandolo di domande e tifando per la Ferrari (all’epoca non vinceva mai). La passione è poi cresciuta con gli anni d’oro di Schumacher: da adolescente appendevo in camera i poster della Ferrari. All’età in cui ogni adolescente appende in camera i poster delle boyband o degli attori preferiti, io avevo quelli della Ferrari con Schumacher e Barrichello.

Che cosa vuol dire progettare ogni giorno macchine per la Formula Uno?

Lavorare in Formula 1 è una cosa totalizzante. C’è chi lo paragona a una religione, c’è chi dice che ci sia tempo solo per lavorare e per dormire. E’ un lavoro ad alto stress, in cui a seconda della posizione che si ricopre si hanno responsabilità importanti, che richiede tante ore di lavoro, attenzione al dettaglio, creatività, precisione, capacità di pensare fuori agli schemi e tanta passione. Ci sono anche tante soddisfazioni, quando per esempio una parte che hai progettato dà buoni risultati in galleria del vento e passa alla macchina in pista, quando la tua squadra si classifica in una buona posizione sulla griglia di partenza o fa punti nella gara della domenica.

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Puoi raccontare come da Gonnos sei riuscita a lavorare ora in un ambiente internazionale?

Avendo deciso così giovane quale sarebbe stata la mia strada, una volta iscritta all’università ho fatto di tutto per crearmi le conoscenze accademiche e le opportunità che mi hanno permesso di arrivare dove sono. Non solo ho scelto accuratamente il corso di studio e gli esami più pertinenti, ma appena si è presentata l’occasione ho fondato, insieme ad alcuni colleghi, il team di Formula SAE dell’Università degli Studi di Cagliari. La Formula SAE, nota anche come Formula Student in Inghilterra e Formula ATA in Italia, è una manifestazione internazionale in cui gli studenti universitari progettano e costruiscono una monoposto a ruote scoperte (stile formula) con cui si sfidano in pista in una serie di prove studiate per misurare vari parametri prestazionali della vettura. Ho avuto il ruolo di team leader per i primi due anni di vita del team, 2007 e 2008, anno in cui mi sono laureata. Entrambi gli anni abbiamo gareggiato a Maranello, il primo anno con il solo progetto della vettura causa mancanza di fondi, il secondo con la vettura interamente costruita. Nel 2007 abbiamo vinto il primo premio come miglior progetto, nel 2008 siamo arrivati primi fra i team esordienti. Finiti gli studi a Cagliari ho cercato un’opportunità per specializzarmi all’estero. Ho fatto domanda per il Master and Back e nel dicembre 2009 sono partita con un biglietto di sola andata per Londra per iniziare un dottorato all’Imperial College (una delle migliori scuole del mondo), dove mi sono specializzata in aerodinamica dei veicoli stradali. Durante il dottorato, ho fatto del mio meglio per essere coinvolta in progetti extra curricolari che potessero avvicinarmi al mondo della Formula 1. Verso la fine degli studi, nel settembre 2014, ho iniziato a cercare lavoro. La prima intervista mi è valsa subito un posto di “Junior Aero Performance Engineer” con Force India, dove ho iniziato a lavorare ad ottobre 2014. Dopo circa due anni in Force India, ho deciso di cambiare ruolo e fare quello che effettivamente mi appassiona di più, ossia lo sviluppo aerodinamico. Mi sono dunque spostata in Renault Formula 1, dove lavoro attualmente, con il ruolo di “Junior Aerodynamicist”.

Che cosa ti manca del tuo paese?

Ogni volta che torno in Sardegna e soprattutto a Gonnosfanadiga ho la sensazione che il tempo si sia fermato. La vita in Sardegna è molto più calma e a misura d’uomo, il cibo più genuino, il clima più mite… Potrei andare avanti, perché penso che la Sardegna e l’Italia in generale abbiano tanti aspetti positivi di cui gli italiani non si rendono conto. Purtroppo quello che manca attualmente sono le opportunità di lavoro. Spero di poter tornare un giorno.

Che cosa diresti ai giovani che vogliono realizzare i loro sogni e che si sentono scoraggiati?

Dico che ci vuole tanto impegno, ma nulla è impossibile. Come ci sono riuscita io, può riuscirci chiunque. E’ necessario buttarsi, credere in se stessi, non avere paura di chiedere aiuto e consigli a chi è riuscito prima di noi, e non scoraggiarsi di fronte ai no. Da buona sarda sono stata testarda e non mi sono fermata di fronte alle difficoltà e ho scelto di non ascoltare le persone che volevano farmi vedere solo gli aspetti negativi.

Le auto da te progettate corrono le gare di Formula uno?

Sì, sull’auto che potete vedere in tv ci sono parti progettate e testate da me in galleria del vento.

Progettare auto è un lavoro per lo più maschile, ci sono stati pregiudizi nei tuoi confronti?

Ogni donna che lavora in ambito scientifico sa come sia difficile essere prese sul serio. La cosa peggiora ancora di più in campo ingegneristico, soprattutto dell’ingegneria meccanica e aeronautica, e ancora di più in Formula 1. Dico questo perché i pregiudizi ci sono stati e ci sono ancora, ogni giorno. Io continuo a non ascoltare e ad andare avanti a testa alta: ci sono stati casi in cui ho avuto la possibilità di dimostrare che le mie idee non erano da buttare via, e certe persone si sono dovute ricredere. Sicuramente per una donna è più difficile fare carriera in questo ambiente ma, come ho detto prima, nulla è impossibile…

Gian Luigi Pittau

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