Lingua Sarda: il punto di vista di noi campidanesi

Mi sia consentito affrontare il problema della lingua sarda da un’angolazione del tutto diversa da quella della Regione, per chiarire meglio il punto di vista di noi Campidanesi e di ciò che vogliamo, anche perché non abbiamo avuto a disposizione milioni di euro come altri, in parte per condizionare l’opinione pubblica con la pubblicità a pagamento sulla stampa quotidiana.

È utile, a me pare, ripercorrere la cronistoria di quanto è accaduto negli ultimi 17 anni, partendo dalla primavera del 2001, quando l’assessore regionale alla cultura Pasquale Onida riunisce una commissione di esperti e alla fine dei lavori può dichiarare che finalmente la Sardegna ha una lingua unica. È la cosiddetta Limba sarda unificada, una lingua che risulta unificata, non in seguito a un lungo processo storico ma per volontà di alcune persone che “la unificano a tavolino”, utilizzando per la prima volta una nuova scienza, l’ingegneria linguistica. Il testo finale conteneva una nota di Onida, il quale dichiarava che Sa limba sarda unificada “si candida ad essere un sistema di comunicazione d’uso più ampio e generale, la lingua per gli usi formali, nell’amministrazione, nella radio e tv, nei quotidiani, nei periodici e nell’editoria, nella scuola, nel commercio, nel turismo e nell’economia”.

Era un progetto che fece paura perché aveva come fine ultimo quello di fare tabula rasa di tutto ciò che non fosse logudorese-nuorese, rinchiudendo tutte le altre parlate nella riserva indiana del dialetto o subdialetto della lingua sarda unificata. Da un capo all’altro del dominio linguistico campidanese ci fu una vera e propria rivolta che costrinse l’assessore a fare marcia indietro e accantonare il progetto d’imporre una lingua con un atto d’imperio burocratico.

Ma, si sa, chi è fermamente convinto di essere nel giusto, non si arrende facilmente, e così, alcuni studiosi che avevano sostenuto Sa limba sarda unificada, ricompaiono qualche tempo dopo con la trovata de Sa limba sarda de mesania, una lingua sarda parlata in una zona di transizione linguistica, dove il Logudorese sfuma nel Campidanese, o viceversa, e questo, si pensava, poteva essere l’uovo di Colombo perché fosse accettata da tutti, se non che la Limba de mesania in realtà altro non è che il logudorese meridionale. Altre contestazioni, altro rifiuto, fino a quando, nella primavera del 2006, scende in campo il presidente della giunta regionale Renato Soru, il quale riunisce un’altra commissione di esperti, che manda a casa prima ancora che siano finiti i lavori perché non si mostra sollecita nel far propria la conclusione che lui aveva in mente prima che la stessa commissione si riunisse. Il 18 aprile di quell’anno in una conferenza stampa il presidente dà l’annuncio della nascita di una nuova lingua. Non più unificada, non più di mesania ma Limba sarda comuna, lingua comune a tutti i sardi per volontà del Presidente Soru che aveva affidato a Diego Corraine la soluzione del problema. E Diego Corraine si dimostrò all’altezza della sua fama, mettendo a tavola la vecchia Limba sarda unificada debitamente riscaldata e sapientemente condita con qualche altro ingrediente, tanto da renderla indigeribile. Per cominciare Corraine intervenne pesantemente sulla lingua sarda, facendo scomparire da quella campidanese la “x”, su cui non avremmo motivo di versare molte lacrime se non conoscessimo l’effetto che potrebbe produrre questa soppressione: dal vocabolario della lingua sarda campidanese scomparirebbero alcune migliaia di diminutivi, resi, come si sa, anche con quella lettera dell’alfabeto. E inoltre “bisognerebbe” costringere gli impiegati degli uffici  a fare un lavoro  straordinario per correggere i nomi con la “x” e i Comuni a intervenire sulla toponomastica, questione, questa, su cui si sofferma la proposta di legge che contestiamo, dove si legge testualmente che l’Asal (Agentzia sarda pro is limbas) “supporta le autonomie locali nella denominazione ufficiale dei comuni, frazioni, vie, piazze, località, corsi d’acqua” (Art. 10, paragr. 5, lettera j). Una scempiaggine, potrebbe dire qualcuno. Qualcosa di più di una scempiaggine: fa parte di un piano di genocidio culturale studiato con lucida determinazione di cui sono direttamente responsabili o corresponsabili alcuni politici e intellettuali campidanesi che trovano del tutto normale che si faccia terra bruciata intorno a un problema identitario che riguarda oltre un milione di sardi.

Ritornando a Soru, questi nella conferenza stampa dichiara che sa Limba sarda comuna sarebbe stata una lingua di uso amministrativo, “in uscita” dalla Regione verso le strutture amministrative periferiche, e, aggiunse che sarebbe stata adottata in via sperimentale. Tanto sperimentale che ancora oggi, a distanza di 12 anni è stata reintrodotta con un decreto legislativo, il numero 6 dell’11 aprile 2016, di cui la proposta di legge nata nelle stanze dell’assessorato alla cultura dovrebbe essere il testo applicativo.

Prima di arrivare alla proposta di legge dello scorso settembre, nei precedenti mesi estivi c’erano state delle audizioni, perché in democrazia si fa così: si ascolta per conoscere, scegliere per poi operare. Ebbene, tra i nove convocati dalla Commissione Cultura, troviamo sei logudoresi, due sassaresi, uno, dico uno, campidanese. Mi sia permesso osservare che questo genere di audizioni offende l’intelligenza di qualsiasi persona di buon senso ed esprime bene la volontà discriminatoria di chi ha messo in atto questo disegno.

Rispetto alla proposta di legge che si vorrebbe portare in aula ci sarebbero da fare non poche considerazioni. Intanto va riaffermato che ci troviamo davanti alla già menzionata Limba sarda comuna, riproposta senza batter ciglio, in cui del campidanese non si fa alcuna menzione, mentre si nominano il gallurese, il dialetto sassarese e il tabarchino di Carloforte e di Calasetta, chiamati lingue della Sardegna, assieme con le minoranze storiche (il sardo, cosiddetto comune, e il catalano di Alghero), tutte da tutelare e incentivare. È quanto s’intende fare finanziando esclusivamente le scuole di ogni ordine e grado che prevedano l’insegnamento, in orario curriculare, di queste parlate, qualunque siano le materie insegnate (L. R. 11 aprile 2016, n. 6.).

Palese manifestazione, questa, di arroganza, prepotenza, sopruso se si ha la pretesa che oltre i due terzi dei sardi siano considerati alla stregua di fantasmi, se gli stessi che si sono opposti al colonialismo anche linguistico dell’Italia, accettano, anzi, si fanno promotori di un colonialismo interno all’Isola, e ritengono questo un fatto del tutto pacifico. Se è inaccettabile che la tirannia di una maggioranza schiacci una minoranza, è altrettanto inaccettabile che una minoranza disprezzi e tenti di schiacciare una maggioranza.

A questo punto viene da domandarsi quale sia la ragione di fondo che spinge certe lobby a tentare di imporre la loro parlata. Lasciando da parte gli interessi men che nobili di certi personaggi, sulla base delle loro stesse dichiarazioni si potrebbe rispondere in vari modi: perché il logudorese è ritenuto il sardo illustre per eccellenza, espressione di una supremazia, non solo linguistica, degli abitanti della Sardegna centrale su tutti gli altri che popolano l’Isola. Questo è stato detto, anzi scritto con tanto di firma da parte di cinque studiosi, i quali hanno ignorato a bella posta tanta parte della lingua, la cultura, la letteratura, l’arte fiorite altrove.

Perché il logudorese è la più antica e, dunque, la più conservativa tra le parlate isolane, affermano altri ancora. L’antichità del logudorese nella varietà barbaricina fa a pugni con la nota, quanto ridicola, teoria secondo la quale le zone interne non sarebbero state mai conquistate dai romani per cui i sardi avrebbero appreso il latino solo nel 6° secolo d. C. (in questo caso il latino dei barbaricini, sarebbe un latino medievale!) per l’opera di Gregorio Magno che chiedeva a Ospitone di adoperarsi per la conversione al cristianesimo delle popolazioni barbaricine. Se fosse vero che il sardo centrale è quello più conservativo potrebbe sorgere un dubbio: che sia destinato a scomparire non per effetto dello spopolamento ma come il meno adatto a una società contemporanea in continua evoluzione.

E poi ci sono le motivazione politiche a spiegare l’impellente necessità per la scelta di una lingua unica. Il sardo unico, o comune o come lo si voglia definire, per certi settori politici è prefigurazione di un popolo che si ricompatta in vista di una lotta per l’indipendenza: nientemeno. Anche Soru alla sua Limba sarda comune dava una valenza politica: era il modo, diceva nella citata conferenza stampa del 2006, perché i sardi avessero una rappresentanza a Bruxelles, come avevano già ottenuto La Valle d’Aosta e il Friuli, nella convinzione, del tutto errata, che queste regioni fossero riuscite a mandare un loro rappresentante in Europa in virtù del fatto che avevano una lingua unica e normalizzata. Non è il caso di entrare nei particolari e soffermarsi sulla mancanza di conoscenza della situazione linguistica e della distribuzione dei collegi elettorali europei da parte di chi poi sarebbe diventato deputato europeo per la Sardegna…

Altre giustificazioni? Sì, un’altra, nobilissima: l’imposizione di una lingua comune a tutti, o quasi, i sardi, servirebbe a tenerli uniti, a far sì che si riconoscano “figli della stessa terra”. Ma noi abbiamo la certezza che la proposta linguistica che si vuole portare in aula, anziché unire i sardi aprirà un solco ancora più profondo tra loro.

Peccato che l’esempio della Svizzera trilingue non abbia insegnato nulla a chi nega anche l’ipotesi di due lingue ufficiali per la Sardegna.

Concludendo, ricordo che varietà, pluralità, diversità sono sinonimi di democrazia, di ricchezza, di potenzialità che aspettano solo di essere espresse, come sempre, in tutti i campi, in tutti i tempi, in tutti i luoghi. A questo proposito viene utile ricordare che la Grecia antica ha prodotto la sublime civiltà che tutti conosciamo alcuni secoli prima d’avere una koiné basata sul dialetto attico, conseguenza delle conquiste di Filippo II di Macedonia e di suo figlio Alessandro (Magno).

Franco Carlini

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