L’occupazione di Montevecchio del 1961

Terza parte

Il 2 aprile 1961 – la domenica di Pasqua – dopo 17 giorni di occupazione, i minatori di Montevecchio escono vittoriosi dai pozzi. L’Unità del giorno successivo ne parla in prima pagina: “La lotta dei minatori di Montevecchio si è conclusa con una prima grande vittoria. Nelle prime ore del mattino i minatori sono usciti dai pozzi dopo che la società ha ceduto sul punto essenziale: il ripristino delle libertà all’interno della miniera e la trattativa con i sindacati per i miglioramenti salariali. I minatori hanno sospeso lo sciopero della fame iniziato da 24 ore e l’occupazione della miniera quando hanno ricevuto verso le due un telegramma del Presidente della Regione che comunicava che le trattative erano state concluse ed i sindacati avevano raggiunto un accordo di massima con la società monopolistica”.

La Montecatini ha finalmente accettato le richieste dei lavoratori: il referendum, alle condizioni richieste dai sindacati, sul patto aziendale; le elezioni per il rinnovo della Commissione interna; il riconoscimento dei sindacati e l’avvio immediato delle trattative per il miglioramento dei salari a partire dal contratto nazionale di lavoro in vigore. La portata del successo è notevole: “Basta ricordare che nel 1949 la proprietà, dopo uno sciopero di 75 giorni, impose un patto aziendale che la esimeva dal rispetto dei contratti nazionali: era l’inizio di un più vasto attacco padronale in tutte le miniere della Sardegna. La Montevecchio instaurò un regime poliziesco liquidando ogni libertà democratica e sindacale e assurgendo a simbolo della prepotenza dei grandi monopoli nell’Isola. La Commissione interna fu eletta per l’ultima volta con un sistema truffaldino nel 1951.” Il patto aziendale aveva di fatto protratto il regime repressivo instaurato a Montevecchio durante il fascismo, creando un’enclave autarchica governata dall’azienda dove era impedita ogni presenza sindacale e ogni tentativo delle istituzioni di accedere alla miniera era seccamente respinto: “A una commissione del Consiglio Regionale fu impedito l’ingresso nei cantieri nonostante la Regione abbia competenza primaria nel settore minerario. Questa illegale situazione fu constatata nel 1956 anche da una Commissione Parlamentare d’inchiesta”.

Quando la notizia dell’esito vittorioso della trattativa si diffuse nei comuni minerari il sollievo e l’entusiasmo della popolazione furono immensi. La colonna di autocarri che trasportava i minatori usciti dai pozzi giunse a Guspini verso le tre del mattino. Tra canti e bandiere, nelle lacrime di gioia e di liberazione, gli automezzi impiegarono più di un’ora per percorrere il breve percorso che dall’ingresso del paese conduce alla piazza centrale dove una folla di cittadini aveva atteso l’esito delle trattative. Il segretario regionale della Cgil e i sindaci di Guspini e Arbus accolsero i lavoratori, ancora stremati, con le barbe incolte e i segni del digiuno sul volto: tanta era la stanchezza; ma l’emozione e la soddisfazione per aver vinto quella difficile battaglia erano enormi. 

 

Il giorno dopo è dedicato a smaltire la fatica, ma gli operai e i sindacati sono già proiettati verso il referendum sul patto aziendale. Ne dà conto l’Unità del 4 aprile 1961: “A Guspini, Arbus, Villacidro e Gonnosfanadiga si vive nel clima del referendum. Mercoledì si voterà per decidere sull’abrogazione del patto aziendale con cui la Montecatini ha imposto un regime poliziesco all’interno dell’azienda”. Si discute sulle modalità di svolgimento del referendum: i sindacati ottengono che le votazioni si svolgano fuori dalla miniera, nei centri in cui risiedono i minatori per impedire qualsiasi pressione padronale; successivamente si svolgeranno le elezioni della Commissione interna in sostituzione di quella padronale eletta nel 1951.

Le giornate precedenti il voto scorrono tranquille. Le vittoria del “no” al patto aziendale è pressoché scontata e si susseguono le manifestazioni di solidarietà a sostegno dei lavoratori. La calma è interrotta il pomeriggio del 5 aprile da un ultimo, disperato, colpo di coda della Montecatini. Un aereo da turismo sorvola Guspini e Arbus per distribuire migliaia di volantini su cui si legge: “Operai di Montevecchio riflettete! Il patto aziendale ci ha dato per anni alcune cose importanti: lavoro senza scioperi; paghe migliori; migliori situazioni delle nostre famiglie. Votando per il patto aziendale votate bene. Non fate il calcolo sul solo mese di paga, non badate a una sola busta paga. Badate alle buste paga di un anno. Riflettete: non distruggete il benessere del patto aziendale”. In risposta gli operai si riuniscono in assemblea e tramite i sindacati inviano un telegramma al Presidente della Regione lamentando il tentativo dell’azienda di esasperare il clima del voto. La Montecatini si difende accusando un gruppo di lavoratori di aver intrapreso autonomamente quella iniziativa. L’Unità riferisce: “Non vale la pena di commentare l’episodio dell’aereo e il ridicolo contenuto dei volantini. Sono troppo note, ormai, le vicende che hanno accompagnato i lunghi anni del patto aziendale imposto dalla Montecatini: fascismo nella fabbrica, salari coloniali e altre forme di illibertà. La cosa, in fondo, presenta un lato paradossale: la firma dei volantini. Un gruppo di minatori pagati 40mila lire al mese che noleggia un aereo per fare della propaganda. Quanto costa poco questo aereo!”

Il 6 aprile 1961, le operazioni di voto si svolgono in serenità nei due seggi elettorali presieduti dai funzionari della prefettura e composti dai rappresentanti della Montevecchio e della Cgil, Cisl e Uil. Il risultato della vittoria dei lavoratori è schiacciante: più dell’80% ha votato contro il patto aziendale. La Cgil stravince le elezioni per la Commissione interna ottenendo 7 seggi sui 9 disponibili. L’Unità del 7 aprile 1961 celebra la vittoria: “Guspini è un grosso paese. Un posto pulito dove si sente l’impronta operaia. Come altri centri intorno vive in gran parte perché esiste la miniera di Montevecchio, un giacimento di piombo argentifero e zinco. La Montecatini è invece uno “Stato nello Stato” e rappresenta, per sua natura, il fascismo perché è fascismo il capitalismo monopolistico. Qui se ne è avuta una prova lampante, così come si è avuta la prova che solo la lotta unitaria della classe operaia può impedire al fascismo di affermarsi e di passare. Nel 1949, in questo paese, la potente Montecatini inflisse una sconfitta alla classe operaia e, dopo uno sciopero sfortunato, i minatori della Montevecchio rientrarono battuti in miniera. Chi vuole scavare il mio piombo e il mio zinco – disse il monopolio vittorioso – deve firmare il nuovo patto aziendale e dopo di allora, chiunque ha voluto farsi assumere ha dovuto accettare quel patto capestro che liquidava, puramente e semplicemente, il sindacato”. La vittoria dei minatori spinse la Montecatini a rimuovere l’ing. Minghetti dalla direzione della miniera che reggeva dal 1937 – dopo Castoldi fu colui che più a lungo guidò la Montevecchio. La sua gestione è cosi descritta da l’Unità: “Le condizioni di salario e di lavoro degli operai erano trattate esclusivamente in sede aziendale tra la direzione e una rappresentanza degli operai scelta dalla direzione stessa. Gli eventuali aumenti ottenuti dai minatori venivano applicati solo secondo criteri discrezionali dai dirigenti della Montecatini. Ecco, dunque il fascismo di fabbrica. I criteri di applicazione del cottimo sono sempre stati un mistero assoluto. Il totale arbitrio direzionale ha fatto si che a parità di lavoro i minatori si vedessero retribuire con paghe continuamente variabili e spesso – senza motivo né giustificazione – ricevessero meno della paga base. Le indennità e i premi periodici venivano dati e tolti dall’arbitrio padronale. Negli anni successivi, l’ingresso delle macchine in miniera, senza difesa sociale da parte operaia, ha portato ad una riduzione drastica della manodopera occupata, calata in 10 anni da 3500 a 1500 dipendenti, e ad una fortissima riduzione delle paghe: nel 1951 un operaio guadagnava attorno alle 52mila lire al mese, con punte di 80mila lire; oggi arriva a 41-43mila lire al mese. Così, mentre i profitti della Montecatini crescevano e la produzione aumentava, Guspini e i paesi vicini registrarono – a causa dei licenziamenti e del calo delle paghe – impoverimento, spopolamento e emigrazione di massa come drammatici contraccolpi di questo stato di cose. Per anni, la classe operaia e la sua avanguardia non sono riusciti a risalire la china”.

Girolamo Sotgiu, all’epoca segretario regionale della Cgil, descrive l’importanza di quella vittoria: “La lotta della Montevecchio rappresenta per il movimento sindacale in Sardegna un passo in avanti non solo perché in una delle più importanti aziende sarde si ristabilisce la commissione interna e i sindacati riaffermano il loro potere contrattuale; ma soprattutto perché l’azione per più alte retribuzioni si è manifestata ed è esplosa come azione unitaria per la liberazione contro il fascismo. I minatori di Montevecchio hanno indicato che la lotta contro salari coloniali acquista pienezza di contenuto e completa capacità di mobilitazione quando pone come obiettivo quello della conquista da parte dei lavoratori dei diritti sanciti dalla Costituzione Repubblicana”. Parole ancora oggi attuali: per questo il significato di quella straordinaria lotta dei minatori di Montevecchio deve rimanere vivo e essere di ispirazione per i giovani nella costruzione del loro futuro.

Walter Tocco

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