L’ultimo saluto

Sono in macchina. La monotonia del ronzio del motore accompagna i miei pensieri. Ho sempre approfittato di questi momenti per fare dei voli pindarici nella fantasia, più spesso nei ricordi. Incrocio una macchina con il finestrino abbassato e una bandiera rossa che sventola al vento. Annuncia il passaggio della mietitrebbia. È Giugno inoltrato. È periodo. Ed ecco che si presenta vivido più che mai il ricordo di mio padre, seduto all’ombra del carrello, con la schiena appoggiata alla ruota. Ha in mano la settimana enigmistica. Aspetta il suo turno per la trebbiatura. È capitato che aspettasse giornate intere. L’afa, le mosche, la noia di questi momenti non lo dissuadevano dallo smettere di coltivare la terra a ottantacinque anni suonati. Per lui era una filosofia di vita. Vivere la campagna in perfetta solitudine o con la compagnia di mia madre o dei figli era il modo migliore per trascorrere gli ultimi anni della sua vita. Aveva un modo silenzioso nel mostrare questo suo piacere. Parlava il suo sorriso quando portava a casa quel vecchio barattolo giallo di tinta pieno di fichi, susine o mele. Le sue colazioni erano fatte di tanta frutta, il the con il latte e il pane duro tagliato a tocchetti ammorbidito nella tisana calda. Raccoglieva accuratamente tutte le briciole e le portava in cortile per darle ai passerotti. Ci parlava, ogni mattina.

In ospedale, quando stava molto male e aveva capito che stava per morire, nel silenzio della stanza durante la notte, la luce soffusa, mi fa un cenno con la mano per dirmi di avvicinarmi. Seduto in una poltrona di fianco al suo letto, mi sporgo in avanti per sentirlo meglio.

– mi fai un favore?

– dimmi.

– quando non ci sarò più mi saluti i miei amici passerotti.

Un groppo alla gola mi spezza il fiato, non riesco a rispondergli subito. Non voleva che lo confortassi, lo rassicurassi dicendogli che guarirà e che a salutarli sarebbe stato lui. No. Entrambi eravamo coscienti che la fine stava arrivando. Presi un lungo respiro e gli risposi.

– hai qualche preferenza?

– sì. C’è quello tutto grigio, quello che non ha paura. Quello che scende per primo appena mi vede superare la porta della cucina.

– gli hai dato un nome?

– no, ma lo riconosci subito.

– te li saluto tutti. Tranquillo.

Mi sorride. É un sorriso di gratitudine.

La mattina dopo la sua morte mi sono alzato presto. Sono andato in cortile con una manciata di briciole in mano. Erano le sette del mattino. Albeggiava. Le ho lanciate in terra. Ho aspettato un poco. Piano piano i passerotti sono scesi. Eccolo, quello tutto grigio. Non sono riuscito a trattenere le lacrime.

– papà vi saluta tutti.

Nessuno si è girato, tutti dopo aver beccato le briciole sono volati via. L’ultimo, quello tutto grigio, è volato via anche lui. Stavo per andarmene quando all’improvviso è ricomparso.

– per te c’è un saluto particolare

È volato via subito dopo.

Stefano Pani

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