Monte Concali golf club: col senno del poi

Circa otto anni fa svaniva il sogno creato dal progetto “Monte Concali Golf Club”, proposto da una multinazionale a prevalente capitale irlandese, americano e in parte anche italiano, la cui realizzazione avrebbe comportato sensibili incrementi occupazionali e uno stravolgimento in positivo delle condizioni socio-economiche e culturali dell’intera zona. Per la realizzazione di tale programma, come si ricorderà, era prevista l’acquisizione di una vasta area ubicata di rimpetto al complesso turistico “Sa Corona Arrubia”, ai confini fra i comuni di Collinas, Villanovaforru e Lunamatrona.

Per quanto concerne Collinas, l’area prescelta era quella conosciuta come “Su Pardu”, termine antico che stava a indicare un’area destinata allo sfruttamento comunitario del pascolo naturale da parte del bestiame bovino, in particolare. Per la sua particolare orografia alquanto tormentata, per le carenti caratteristiche fisiche elementari dei terreni e per la sua distanza da centro abitato, l’area di che trattasi è stata nei secoli snobbata dai collinesi. Si dice che quando s’intendeva diseredare qualcuno, fermo restando il principio consolidato della giusta ripartizione fra maschi e femmina della stessa famiglia, alle femmine che non si dedicavano all’agricoltura, venivano assegnati in prevalenza i terreni di “Su Pardu”.

Attualmente, salvo limitate aree seminative di fondo valle, gran parte del territorio in parola risulta invasa da un impenetrabile manto di Saracco (Ampelodesma mauritanico), indice inconfondibile del profondo degrado del terreno sottostante. Il prezzo di acquisto dei terreni, come previsto dagli accordi di programma sottoscritti con i comuni interessati e avallati dalla Regione Autonoma della Sardegna, veniva fissato in € 3 /mq, indipendentemente dalla destinazione o potenzialità produttiva degli stessi. Ciò in quanto, escludendo l’area destinata alla realizzazione dei previsti campi da Golf regolamentari, la superficie acquisita doveva servire a soddisfare il rispetto dei parametri di edificazione dell’agro, previsti dalla vigente normativa. Il prezzo concordato, peraltro, di fatto triplicava e in certi casi quadruplicava, il valore di mercato esistente all’epoca.

Nonostante ciò, fedele al principio secondo cui  “l’erba del vicino è sempre … meno … Verde”, c’era ancora chi pretendeva un indennizzo superione, solo perché il proprio terreno presentava caratteristiche migliori rispetto a quelle del terreno confinante, minacciando addirittura di adire alle vie legali per il riconoscimento di tale diritto.

La prima considerazione da fare, la più deludente, risiede nel fatto che la maggior parte della gente, attratta dalla potenza del <<Dio denaro>>, vedeva l’iniziativa solo come un modo di accumulare ricchezza immediata, magari da immobilizzare o da investire in altre zone per il soddisfacimento dei bisogni immediati, e non come prospettiva di sviluppo capace di assicurare a se, ai propri figli alle future generazioni, condizioni di vita migliori. Basti pensare che, all’epoca, qualche amministrazione comunale, agendo peraltro in modo assai scorretto, era arrivata al punto di offrire gratuitamente i terreni necessari per l’attuazione del programma previsto, solo in funzione del ritorno che l’investimento avrebbe comportato in favore della popolazione!

La seconda considerazione riguarda la particolare evoluzione del mercato fondiario, in parte condivisibile, che porta in genere a effettuare le transazioni fondiarie privilegiando le scritture private rispetto agli atti pubblici notarili o addirittura quelle verbali in termini di reciproca fiducia, secondo l’antico codice sardo. Ciò in quanto, specie in caso di transazioni di piccole superfici, gli oneri derivanti dalla stipulazione di un atto pubblico, eguagliano o spesse volte superano addirittura il valore del bene stesso. Basti pensare che l’imposta di registro è pari al 15% del valore dell’immobile, con un minimo di € 1000,00, che l’imposta ipotecaria è pari al 2% o applicabile in misura fissa di € 50, come pure l’imposta catastale (1% o tassa fissa di € 50). Se a tutto ciò si aggiunge la tassa di archivio, variabile in relazione al valore dell’immobile, l’onorario del notaio, da stabilire in ragione delle difficoltà dell’atto fra l’aliquota massima e quella minima, indicate nelle vigenti tabelle professionali, e infine la spese per le visure catastali, il conto è presto fatto.

Tutto ciò ha fatto si che all’atto della cessione del terreno alla multinazionale suddetta, quasi nessuno disponesse di un documento valido a dimostrarne la proprietà, posto che Scrittura Privata cui, sempre più spesso si fa ricorso ancora oggi, specie se non autenticata, può essere sempre disconosciuta da un soggetto che l’ha sottoscritta, salvo pronunciamenti del tribunale per falso o altro. In conseguenza di ciò, la Multinazionale in parola si è trovata costretta ad attivare a proprie spese la procedura di legge per il riconoscimento del titolo di proprietà. Per questo e per le lungaggini proprie della burocrazia regionale, l’attuazione del Programma è slittata nel tempo, fino al sopraggiungere della crisi economica mondiale.

Se i tempi fossero stati più ristretti, il programma sarebbe partito qualche tempo prima. Però, col sopraggiungere della crisi che ha imposto lo stop, forse oggi ci saremmo trovati di fronte ad una situazione anomala, rappresentata da tanti appezzamenti sparsi a macchia di leopardo su tutto il territorio, di proprietà della “Monte Concali” che non saprebbe più che farsene, con eventuali strutture appena abbozzate e quindi fini a se stesse, sulle quali nessuno avrebbe avuto più interesse a intervenire.

Forse al di la della cocente delusione subita a causa del sogno svanito, è andata meglio così! L’ipotesi su descritta avrebbe contribuito a deturpare l’ambiente più di quanto non lo sia di per se, per effetto degli incendi che, a fine estate di tanto in tanto illuminano l’orizzonte, nell’inutile tentativo di liberare i terreni dal Saracco in favore del pascolo brado.

Francesco Diana

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