Occupazione della miniera di Montevecchio: sciopero della fame

I minatori di Montevecchio occupano i pozzi della miniera dal 17 marzo 1961. La trattativa tra le rappresentanze dei lavoratori e la Montecatini avanza lentamente. La direzione aziendale rifiuta il confronto e non intende cedere alle proposte avanzate dai sindacati: elezione immediata della commissione interna; adeguamento dei salari nel quadro del contratto nazionale di lavoro; abrogazione del patto aziendale. I minatori, esausti dalla lunga permanenza nei pozzi, minacciano di ricorrere allo sciopero della fame, mentre i sindacati preparano una nuova giornata di sciopero generale per sostenere la lotta dei lavoratori.

L’Unità segue da vicino lo svolgersi dei fatti; il 31 marzo, nel raccontare la giornata del giorno precedente, chiama in causa i governi regionale e nazionale, troppo riverenti nei confronti della proprietà: “Domani venerdì a Guspini si svolgerà lo sciopero generale di tutte le categorie. Ai minatori – in lotta da 14 giorni – si affiancheranno gli operai delle imprese edili, i commercianti, gli artigiani, i professionisti, gli insegnanti delle scuole medie e elementari. Anche i medici chiuderanno gli ambulatori che funzioneranno solo per i casi urgenti. I commercianti abbasseranno le saracinesche per cinque ore. Forse i minatori della Montevecchio, che hanno trascorso oggi a 400 metri dal livello del suolo il quattordicesimo giorno di occupazione dei pozzi, saranno costretti ad attuare dal 1 aprile lo sciopero della fame. Stamane sembrava che una schiarita si stesse profilando ed era addirittura stata ventilata l’ipotesi di una uscita dai pozzi dei minatori. Sembrava l’accordo fosse già sulla carta e si attendeva solo la lettera dell’assessore regionale, on. Dettori, con le controproposte della direzione aziendale. La lettera è giunta nel primo pomeriggio alle organizzazioni sindacali ma si tratta di un documento con cui la Montevecchio non accetta le proposte delle organizzazioni dei lavoratori ma le distorce con alcuni cavilli che finiscono per snaturare la sostanza delle rivendicazioni. La Giunta regionale non ha compiuto alcuno sforzo per convincere ed eventualmente costringere la Montevecchio a trattare su basi accettabili. La Regione, infatti, può partire da una posizione di forza in quanto ha facoltà – in caso di prolungata intransigenza del monopolio – di procedere alla revoca della concessione mineraria. Un gesto di coraggio avrebbe risolto oggi la difficile situazione della Montevecchio. La Giunta regionale, invece, continua a trincerarsi dietro una posizione di equidistanza che allo stato dei fatti favorisce la parte padronale. Senza giustificazione appare, d’altro canto, la posizione del ministro del lavoro, on. Sullo, finora assolutamente assente”. I sindacati lavorano per trovare una soluzione positiva alla vertenza, mentre nei comuni minerari il fermento è vivissimo tra la popolazione che segue con apprensione l’evolversi delle vicende. I minatori dal fondo dei pozzi continuano a inviare messaggi brevi e significativi: “Non mollate – dicono ai sindacati – voi siete i nostri legittimi rappresentanti e non dovete permettere ai fascisti della Montevecchio di alzare la testa. Siamo dalla parte della legalità e della ragione e dobbiamo vincere questa battaglia, anche a costo di restare ancora per lungo tempo nelle viscere della terra”.

Il 1 aprile la cronaca è tutta dedicata allo sciopero generale del giorno prima: “Lo sciopero generale di Guspini ha avuto pieno successo. Tutte le categorie di cittadini hanno aderito all’invito delle tre organizzazioni sindacali paralizzando l’attività del paese. Fin dalle prime ore del mattino, la piazza di Guspini era gremita dalla folla: donne, contadini, commercianti, insegnanti, braccianti. La folla ha manifestato per reclamare l’intervento urgente della Regione e dello Stato al fine di impedire che i minatori siano costretti ad effettuare lo sciopero della fame. La Regione e il Governo non possono ancora restare indifferenti dinnanzi al fatto che il monopolio lasci trecento minatori rinchiusi nei pozzi –  molti anche a 400 metri sotto il livello del suo suolo e in condizioni fisiche disperate – decisi a non toccare cibo nelle festività pasquali. Una decisione in tal senso sarà comunque presa dai sindacati stanotte”.

L’azienda vorrebbe imporre l’uscita dei minatori dai pozzi senza assumere alcun impegno circa le richieste dei sindacati. L’ing. Minghetti, direttore della Montevecchio, si fa interprete di questa linea dura e intransigente, sperando di logorare la lotta dei lavoratori e poter vincere la battaglia, come era accaduto nel 1949. La Montecatini ha dalla sua parte il massiccio schieramento di forze dell’ordine che rendono difficile l’accesso ai pozzi anche alle squadre esterne predisposte in supporto degli occupanti. Gli operai, tuttavia, oltre a essere meglio organizzati, godono stavolta anche di un ampio sostegno: se ne rende conto lo stesso Minghetti quando al vescovo di Ales Monsignor Tedde, in visita ai minatori che occupano i pozzi, rivolgerà queste parole: “Anche lei si è messo a sostenere quei comunisti?”. Non mancheranno da parte aziendale azioni di destabilizzazione contro gli operai: “Ieri sera la società aveva tentato un mezzo estremo per convincere i minatori ad uscire dai pozzi. Era stata diffusa – dagli uomini prezzolati dalla direzione – la falsa notizia che le trattative si trovavano a buon punto e che gli operai avrebbero potuto tranquillamente far ritorno in superficie. Gli autisti delle corriere erano stati pertanto convinti recarsi all’imbocco dei pozzi per prelevare gli operai. Probabilmente alcune corriere sono partite, ma sono rientrate vuote a Guspini. I minatori hanno infatti sventato subito la manovra padronale: invece degli operai dal fondo dei pozzi è salito un loro messaggio che afferma che essi usciranno dei pozzi solo quando sarà permesso ai sindacalisti discendere nelle gallerie per comunicare la conclusione vittoriosa della lotta”. I lavoratori auspicano l’intervento di Stato e Regione per costringere la Montecatini alla trattativa prospettando, in caso contrario, l’applicazione della legge che dà facoltà alla giunta regionale di revocare la concessione mineraria e dichiarare non gradita l’attuale direzione della Montevecchio, come era accaduto qualche mese prima alla Pertusola.

La viglia di Pasqua i minatori cominciano lo sciopero della fame. Ne da conto l’Unità del 2 aprile 1961: “Dalle 16.00 di oggi le organizzazioni sindacali e i 1600 minatori in sciopero non hanno più notizie dei 300 minatori che occupano i pozzi della Montevecchio. Stamane i “sepolti vivi” hanno iniziato lo sciopero della fame: hanno fatto sapere che non avrebbero ricevuto nessun cibo e hanno rimandato su dai pozzi la colazione. Nessun messaggio, nessuna notizia sullo stato di salute dei minatori che si accingono a passare una Pasqua di lotta particolarmente dura per la incuria, l’assenteismo e l’irresponsabilità del ministro del lavoro e la mancanza di coraggio della giunta regionale sarda. Quest’ultima avrebbe potuto, con un gesto di coscienza politica, risolvere la vertenza della Montevecchio revocando la concessione mineraria alla Montecatini e dichiarando non graditi gli attuali dirigenti. Appare evidente che gli operai hanno deciso di troncare con il rifiuto del cibo anche ogni comunicazione con l’esterno per impedire pressioni ripensamenti. Una misura estrema che trova giustificazione nel clima di profonda delusione degli occupanti, in particolare per l’ingiustificato atteggiamento della Regione che ha favorito in tutti i modi il padronato”. La situazione si fa di ora in ora più drammatica; i sindacati si preparano a continuare la lotta e convocano per il giorno di Pasqua a Guspini una manifestazione di solidarietà verso i minatori.

Sono ore frenetiche alla Camera del Lavoro di Guspini dove sindacalisti e dirigenti politici discutono delle forme di lotta da attuarsi. Girolamo Sotgiu, segretario regionale della Cgil e consigliere regionale del Partito Comunista, si fa promotore di una mozione rivolta a spronare la giunta regionale: “Causa determinante dell’attuale drammatica situazione è l’atteggiamento della direzione aziendale nei confronti dei lavoratori; atteggiamento assolutamente in contrasto con le responsabilità che incombono su una concessione di beni pubblici. I consiglieri comunisti ritengono che l’attuale vertenza della Montevecchio rappresenti una violazione sfacciata della costituzione repubblicana e delle leggi dello Stato. Nella mozione, il Partito Comunista impegna la giunta ad aprire immediatamente la procedura per la revoca della concessione mineraria alla società Montevecchio e a presentare al Consiglio Regionale una proposta di legge per promuovere un’inchiesta sul regime minerario in atto presso le aziende concessionarie.”

In quelle ore i dirigenti sindacali e del Partito Comunista spingono per riprendere le trattative con l’azienda: Agostino Novella, segretario della Cgil, e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, sono costantemente informati sullo sviluppo della contrattazione. Importante e decisivo, anche se non privo di forzature in alcune circostanze, sarà il ruolo svolto dal Partito Comunista non soltanto attraverso suoi dirigenti locali – il sindaco Silvio Mancosu e il consigliere provinciale Ribelle Montis su tutti – ma anche per il tramite di personalità di rilievo dello stesso Partito, come Velio Spano e Renzo Laconi che si faranno portatori delle istanze degli operai in Parlamento. (continua)

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