Palmina Marci: la storia di una famiglia sarda

“Este pagu superba, Parmina Marci!”, così dice di lei la “critica” del paese e, da quando la “vox populi” ha acquisito l’imprimatur della divinità, qualcosa di vero ci deve pur essere. Me lo conferma del resto Mirella Manca, che incontro in questa ventosa giornata milanese che ci costringe davanti a due tazze di the e camomilla in un lindo e inaccogliente bar di Piazzale Loreto: “Mamma, mi dice, ora ha novantadue anni, ma sta da sola nella sua casa, vero che sopra di lei vive mio fratello, ma a parte le pulizie gestisce ancora la quotidianità, fa la spesa, si fa da mangiare da sé”. “ E conserva ancora, intatto, un suo modo di giudicare le cose del mondo. Per cui se per qualsiasi ragione non si trova d’accordo con quello che tu pensi, non te lo manda a dire”.

Ci ha scritto un suo libro Mirella, su questa mamma sarda di Ilbono ( anche lei è nata lì, primi anni ’60) e lo ha titolato: “Oltre il vento, solo silenzio” (Sa Babbiola edizioni), dico che il titolo è farina del suo sacco perché, in verità, lei è essenzialmente poetessa, più che narratrice, e il titolo ha una suono di  poesia che non vuole certo nascondere. “Ho cominciato tardi a sentire dentro di me l’urgenza della scrittura, avevo già cinquant’anni ed ero già in “continente”, a Milano sono oramai da dieci anni. Prima ero stata tre anni in Trentino. Del resto non ho una grande scolarità, giusto la terza media, credo di dovere questa mia vocazione alla passione che aveva babbo per la lettura. Lui è stato essenzialmente un contadino, di quelli che andava a lavorare “a giornata”, terra non ne avevamo, ha finito la carriera lavorativa come, diremo oggi, “operatore ecologico”, spazzino. Ma sapeva recitarti a memoria un sacco di poesie sarde e non , e i “grandi libri”: Dante, Boccaccio. Ho preso da lui la musicalità con cui intrecciare le parole. Tutto è iniziato quando mi sono iscritta a un corso di recitazione, che mi piaceva molto ma che ho dovuto lasciare a causa del lavoro che faccio: sono “receptionist”, dove lavoro io ci sono l’UBI (unione banche italiane) e altre banche francesi, ebbene la recitazione ha scosso in me potenziali che non conoscevo e ho cominciato a scrivere poesie. E piano piano ho vinto la vergogna che me le faceva tenere tutte per me e le ho portate in giro. Niente di pubblicato  però, che se sono pochi quelli che leggono libri di narrativa, quelli che leggono poesia sono minoranza della minoranza. Questo libro nasce da un’esigenza diversa, c’è dentro una storia tragica di famiglia che, in qualche modo volevo che i miei figli, ne ho tre , due femmine e un maschio, conoscessero e tenessero a mente nel loro farsi grandi. Grandi lo sono di già, sono nonna da poco da una delle due figlie che sta a Ilbono, il maschio è anche lui in Sardegna e fa il pescatore. L’altra figliola, la più piccola, mi ha raggiunto da un anno a Milano e lavora in una casa di riposo per anziani, le piace molto il lavoro che fa.”

Testimonianza di una Sardegna che fu e che, in un qualche misura sottile, continua ad esistere nel modo di vivere e di comportarsi dei sardi di oggi. Ilbono sta in Ogliastra, 15 chilometri da Tortolì,  la zona da qualche anno è in grande spolvero per il numero di ultracentenari in percentuale alla popolazione residente. Da poco ci ha fatto una copertina  persino “Time” cosicché degli ogliastrini col segreto di lunga vita si parla anche negli “States” che, paradossalmente per essere ancora la nazione più potente del mondo, vede la vita media dei suoi abitanti decrescere anno dopo anno. E meno male che ancora quel nuovo presidente che si sono scelti da poco non è riuscito a cancellare la riforma sanitaria di Obama, che riconosce alla parte più debole della popolazione una qualche copertura sanitaria. Purtroppo il “Donald” lo ha promesso al suo elettorato nella campagna elettorale, insieme al mega-muro che deve dividere il confine americano con quello messicano. Chi vivrà vedrà, anzi chi vedrà lo leggerà su “Twitter”, come usa da loro. Da noi intanto si ruba il DNA degli ogliastrini che si erano prestati gratuitamente a fornire il loro sangue per ricerche cliniche che avrebbero dovuto portare sia al segreto di tanta longevità, sia allo studio delle malattie ereditarie nonché alla loro guarigione. Da qui il prefigurato “business” e la conseguente scomparsa di 25.000 provette sulle 230.000 conservate nel Parco Genos di Perdasdefogu appartenenti a 14.000 abitanti dell’Ogliastra (vedi “La Nuova Sardegna” del 30 ott. 2017).

    Leggendo il libro di Mirella saremmo tentati di attribuire a Darwin, e alla sua celebre teoria sulla sopravvivenza delle specie, tutto il merito della longevità delle popolazioni ogliastrine: si conservano nel tempo i geni ( circa 23.000 a formare il famoso acido desossinucleico, elica doppia della vita) più “forti”, gli individui “deboli” non sopravvivono. Mamma Palmina è la prima di dieci figli, cinque moriranno piccoli, sua madre Giuannicca si è sposata a sedici anni ma ne dimostrava tredici, con un cugino di secondo grado, Battista, e meno male che qualcuno la vuole anche se la sua famiglia si è impoverita in una causa che ha visto la Giustizia incrudelire sul di lei padre, accusato del furto e macellazione di un bue “dal pelo più lucido che circolava in paese”, viene alla fine assolto ma muore di polmonite nel carcere di Lanusei, tutte o quasi le terre a pagare avvocati. A Palmina toccherà essere la mamma piccola per i fratelli più piccoli, sarà lei a doversi alzare la notte ad imbevere di miele lo straccio che farà passare il pianto ai lattanti e li riconsegnerà al mondo dei sogni. Nonna Giuannicca, lei di sogni non ne ha visti mai: “Gli svaghi prima del matrimonio si potevano contare sulle dita di una mano, e quelli successivi si erano ridotti allo zero assoluto” (pag.49). A mamma Palmina la sorte porta in dono un carattere che con l’andar del tempo si temprerà come ferro che passi dai milletrecento gradi ai venticinque dell’acqua e si indurisca ad acciaio. Le morti frequenti dei fratellini piccoli ( nudda podeusu candu muttidi babbu mannu) , la difficoltà quotidiana di mettere insieme il pranzo con la cena, il diuturno doversi sbattere per l’acqua, a marigheddas, e i panni sporchi da lavarsi al fiume. Eppure riuscirà a “prendere” la quinta elementare ( le era già nato il primo figlio, ne avrà tre) e “ sulla cultura generale non è tanto ferrata, ma quando si tratta di politica è insuperabile (pag.8). “ La fissavo spesso, quella mamma rigida e superba che, col suo fare schietto e risoluto, andava avanti senza tentennamenti, col suo modo intaccabile di vedere gli eventi (pag.9). Le uniche sculacciate che Mirella si prende per il suo essere birba sono quelle che vengono da mamma, babbo Dino lui non l’ha mai toccata, impossibile non fare il confronto, le sembra persino che a lei tocchino più botte di quanto ne tocchino ai fratelli più grandi, è vero che è di gran lunga la più esuberante della famiglia, e qualche volta si lanci in giochi che sono proibiti da sempre, come fare all’”altalena” con la carretta di nonno, quando è parcheggiata nel cortile e lui è a lavorare in campagna. E ognuno sa come le statistiche si prendano gioco di noi, quell’unica volta che lui torna prima del solito e scopre quella turba di bimbi che rischia di danneggiarli il carretto, è un fuggi fuggi generale, ma le botte sono solo per Mirella, la solita ingiustizia! Si fa tante domande sulla tristezza che sembra possedere questa sua mamma tanto severa, e se ne dà una risposta: l’anno che lei nacque, era di primavera a Pasqua, pochi mesi prima, Palmina incinta di lei, a fine dicembre era scomparso lo zio Antoni, suo fratello, aveva 23 anni ed era emigrato in continente, andato in Toscana a fare il servo pastore per dei “sennores” di paese che lì avevano comprato terre da pascolo. E’ la storia che muove la scrittura del libro. E’ una tragedia che per la famiglia di Palmina, di Giuannicca, decreterà quale sia stato il colore dominante di tutta una vita: quello nero del lutto. Su cosa sia stata l’emigrazione dei sardi in Toscana nei primi anni ’60 c’è un bel libro che ce ne parla: “Il tempo grande di Veneranda Siotto-Pintor” di Rita Mastinu (Colloquia Ediz. 2002). Due anni dopo Bachisio Bandinu usciva col suo “La Maschera, La Donna, Lo Specchio” (Spirali editore) a pag.155 del libro sono righe significative sul rapporto madre-figlio/a in Sardegna: “ Gli studi della psichiatra Nereide Rudas ( ci ha lasciato nel maggio scorso n.d.r.) hanno osservato la società sarda come sostanzialmente matricentrica, non solo per l’importanza del ruolo sociale che la donna ricopre ma sopratutto per il particolare rapporto madre-figlio e per la costruzione di specifiche forme simboliche. La donna “ è nella maternità come modalità di declinarsi nel mondo, come modalità stessa dell’esistenza”. E poco più avanti: “ Nascita o morte sono separazioni. La vita è partecipazione e distacco. La madre offre la propria vita non per colmare una distanza inconciliabile, ma per salvare il figlio dall’accadere drammatico degli eventi. La severità non è una condizione psicologica, non è durezza dell’animo: è l’affetto profondo che si incontra con la giustizia più vera”. C’è stato un tempo che in Sardegna venivano al mondo molti bimbi ( anche il babbo Dino di Mirella Manca è il secondo di sette) e in quelle famiglie numerose che si formavano era spesso difficile coniugare il pranzo con la cena, carne in tavola praticamente mai, e il pane sempre a prezzo di duro lavoro, l’autrice di questo libro mette in esergo una poesia, quasi fosse una firma, che termina: “…Sotto le sferze sonore, del maestrale,/ buttasti sangue, tu per dissodarla/ nono mio caro dal nome evangelista,/ e l’abitasti a ogni primavera/ con chicchi in spighe che, ti donavan lena./ Ora non ci son più, le intere libbre,/ e spento è il forno/ che ci cuoceva il pane”.

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