Polverizzazione Fondiaria da Giovanni Battista Tuveri ai giorni nostri

Il Professor Marzorati, in esito alle ricerche dallo stesso eseguite in varie aree della Sardegna e in particolare a San Sperate, sulla proprietà territoriale in Sardegna, scriveva che nella maggior parte dei sardi dominavano due desideri: “posseder molto e possedere in molti luoghi”, cosa che, “anziché far progredire l’agricoltura, tendono a distruggerla”. Tale convinzione scaturiva, non solo dalla consultazione di documenti ufficiali, ma anche dalle numerosissime interviste effettuate in molte realtà isolane. Proseguiva sostenendo che «la smania di posseder terra nei contadini sardi giunge fino alla mania, e per quanto una eredità sia meschina, la divisione se ne effettua, non per mezzo di compensi in denaro, ma per materiale parificazione di fondi». Peraltro, «se i contadini si accorgono che un compaesano più comodo di loro tende a regolarizzare il suo poderetto, comprando le parcelle che s’interpongono alle sue ed alienando le più lontane a coloro cui maggiormente potrebbero interessare, si accordano per rialzare i prezzi, talora, sino a cifre favolose; ed il povero imprenditore, dovendo soddisfar molti per questa guisa, e dovendo assoggettarsi in pari tempo a gravi spese di bolli, di registro, di rogito e simili, è sovente costretto a rinunciare al suo lodevole proposito».

Per ovviare a tutto ciò il Marzorati, giustificando la sua proposta col fatto che i proprietari di piccole parcelle riuscivano a ricavare dall’attività agricola solo redditi irrisori in relazione ai costi di produzione, proponeva la promulgazione di una legge ad hoc che costringesse i piccoli proprietari a vendere i propri terreni ai latifondisti, disposti a pagarli con “prezzi abbastanza generosi” pur di giungere all’ampliamento dei loro poderi. Il ricavato, sempre secondo l’Autore, investito a un tasso del 4,5%, avrebbe permesso di conseguire introiti ben più consistenti di quelli conseguibili con la coltivazione dei terreni alienati.

In merito a quanto sopra, Giovanni Battista Tuveri, nei numeri 175 e 176 de “Il Corriere di Sardegna”, pubblicati rispettivamente il 28 e 29 luglio 1874, manteneva fede ad una precedente promessa, entrando nel merito di quanto asserito dal Prof, Marzorati nel suo libro sull’agricoltura sarda. Egli, pur lodando gli sforzi compiuti dal Marzorati nella raccolta dei dati riguardanti la proprietà fondiaria in Sardegna e per aver scritto “delle cose nostre con amore”, dissentiva da quanto dichiarato dallo stesso, significando che il frazionamento delle terre  aveva anche i suoi aspetti positivi, specie in considerazione del fatto che, in caso di avversità quali siccità, ruggine, grandine, cavallette e altri flagelli, l’avere più corpi fondiari distanti fra loro, avrebbe consentito di salvare almeno qualche coltura. Oggetto del suo totale dissenso, riguardava però l’ipotesi di vendere i piccoli appezzamenti in favore delle aziende grosse, monetizzando il corrispettivo da investire poi in banca o in altre attività.

Su questo punto il Tuveri è stato abbastanza categorico asserendo, innanzi tutto, che per la stragrande maggioranza delle famiglie sarde, caratterizzata da una numerosa figliolanza, non aveva alcun senso l’avere un’azienda accorpata, posto che la stessa sarebbe andata divisa e suddivisa nei secoli.  La cosa su cui dissentiva maggiormente era sull’ipotesi di investire in banca gli introiti della vendita dei terreni: «dubitiamo che ci sia un contadino disposto a vendere il suo per investire il prezzo della vendita al quattro e mezzo per cento» sosteneva, e ancora «se i contadini trovassero dei denari, ne torrebbero in imprestito anche al cinque e al sei per cento per investirlo in terre, tanto sono persuasi che le terre danno una rendita assai maggiore. Ed invero un contadino che abbia un duemila franchi tra terre, buoi ed attrezzi d’agricoltura, ha quanto basta per sé e la famiglia. Ma che farebbe egli d’una rendita di 90 franchi?».

Su quest’ultimo punto, però,  il Tuveri è stato abbastanza comprensivo con l’Autore, riconoscendo che: «essendo forestiero, si riferì alle altrui informazioni».

In definitiva il Tuveri, pur asserendo che i redditi derivanti dall’esercizio dell’agricoltura, non erano poi così irrisori nonostante il frazionamento delle terre, si mostrava favorevole alla promulgazione di una legge specifica, capace di facilitare la riunione dei terreni, ma non come quella ispirata dal Marzorati, bensì fondata sul concetto che «la libertà non è che l’esercizio dei diritti; né ci può essere diritto che non sia ragionevole».

Lungi dal voler tentare accostamenti con gli illuminati concetti degli illustri Personaggi del passato, ma con la dovuta modestia propria del nostro rango, osiamo entrare in merito alle questioni precedentemente trattate, onde verificare, a distanza di quasi due secoli, le eventuali metamorfosi prodotte dal tempo alle situazioni descritte e la loro rispondenza alle realtà attuali.

Diciamo subito, com’era inevitabile, che saremo costretti ad utilizzare una terminologia diversa rispetto a quella usata dagli illustri predecessori, definendo il problema in esame, non più come “Frazionamento delle terre”, ma come “Polverizzazione fondiaria”, attualmente intesa come l’eccessivo frazionamento della proprietà fondiaria in tanti minuscoli corpi, da non costituire una minima unità produttiva ed economica, secondo quanto previsto dall’art 5 bis, comma 10, del decreto legislativo n. 228 del 2001 che, definendo la minima unità colturale, modifica in parte il disposto dell’art 846 del Codice Civile.

Al contrario, per “Frazionamento” s’intende l’atto tecnico-amministrativo col quale viene suddiviso un terreno in due o più parti.

Tutto ciò premesso, non possiamo non notare che, rispetto al passato, molte cose sono cambiate, specie per quanto concerne l’opportunità di possedere in molti posti, allo scopo di far fronte alle eventuali calamità naturali. In proposito, si rileva che, sparito il flagello delle cavallette, le avversità atmosferiche più ricorrenti, quali siccità, gelo, venti impetuosi ecc., che peraltro hanno perso il carattere di eccezionalità a causa della loro frequenza, interessano sempre più vasti territori, che vanno ben oltre i limiti territoriali comunali o addirittura regionali. Anche l’ipotesi fatta dal Prof. Marzorati, circa l’opportunità di possedere tanto ed in molti luoghi, che in parte abbiamo ridimensionato con le considerazioni di cui in precedenza merita, a nostro giudizio, una precisazione: il «possedere molto ed in luoghi diversi», non discende dalla mania dei sardi nel ricercare quella particolare conformazione aziendale, bensì dal loro sviscerato amore nei confronti della terra, da sempre considerato come bene rifugio, che li porta a investire i propri risparmi nell’acquisto di terreni, ogniqualvolta il mercato fondiario ne prospetta la disponibilità, indipendentemente dall’ampiezza del corpo fondiario acquisito e della sua ubicazione rispetto all’eventuale centro aziendale precostituito. Tutto ciò, con la consapevolezza che praticare l’agricoltura su una miriade di corpi fondiari di piccole dimensioni, spesso molto distanti fra loro, implica costi aggiuntivi molto rilevanti che impediscono di assicurare la dovuta competitività sul mercato.

Un aspetto che, invece, neanche il tempo è riuscito a modificare, che in parte si lega a quanto precedentemente descritto, riguarda il morboso attaccamento dei sardi nei confronti della terra, patrimonio genetico che si tramanda da generazione in generazione, investendo anche le nuove generazioni. Non giustifichiamo il comportamento degli anziani, ma lo comprendiamo, perchè spinti dall’orgoglio di lasciare a ciascun figlio una parte del proprio patrimonio fondiario. Ciò che, invece, non è assolutamente condivisibile, è il comportamento delle giovani generazioni che, pur culturalmente dotate e socialmente progredite, non fanno nulla per ovviare al problema adducendo, come scusanti, il rispetto della volontà del genitore o l’insuperabile legame affettivo nei confronti della terra, conosciuta come propria fin dall’infanzia: «Liberarsi della terra, di quella terra, non è dignitoso. È un bene rifugio valido per far fronte a ogni evenienza!». Questo è il principio dominante anche di questi tempi, che impedisce agli eredi di arrivare alla ricomposizione fondiaria di partenza, attraverso la compensazione in denaro o altri beni delle quote dismesse. A sostegno di tale ipotesi, è sufficiente osservare l’attuale andamento del mercato fondiario, caratterizzato dalla quasi totale mancanza di offerta, nonostante la grave crisi economica che condiziona la vita di intere famiglie. Bene rifugio? Certamente, ma è sempre meglio tenerlo per se, in attesa di tempi migliori! Intanto è davanti a tutti l’immagine desolante rappresentata dalla gran parte dei terreni incolti o addirittura abbandonati, per effetto del vigente mercato globale, che rende antieconomico lo svolgimento dell’attività agricola su aziende così strutturate,  sulle quali, peraltro, continuano a gravare i tributi imposti dalle Istituzioni!

    Alla luce di quanto esposto, appare più che mai evidente la necessità di arrivare ad una radicale ristrutturazione delle nostre aziende, per l’acquisizione della necessaria competitività all’interno del complesso scenario rappresentato dall’attuale mercato. Le risposte in tal senso, purtroppo, sono state del tutto insufficienti e dimostrano, in modo inequivocabile, che il problema non è sentito, Ciò, evidentemente per un fatto puramente culturale: si preferisce disquisire sul fatto che un tempo «uno starello di grano bastava per acquistare un buon paio di scarpe, mentre oggi basta a malapena per acquistare in paio di calze», più che attivarsi per tentare di costituire unità produttive aziendali capaci di competere sull’attuale mercato.

Evidentemente, tutto ciò non basterebbe a risolvere i problemi della nostra agricoltura, ma costituirebbe una base di partenza valida, per impostare un assetto produttivo capace di aggredire il mercato e assicurare il conseguimento di livelli di reddito più remunerativi per gli addetti.

Per quanto sopra, appare più che mai necessario attuare un adeguato piano di riordino fondiario, non con una legge impositiva, come suggerito all’epoca dal Marzorati, ma con un programma che sia la risultante di obiettivi condivisi, maturato in conseguenza di un’assidua opera di sensibilizzazione da svolgere a tutti i livelli, compresa la scuola. Ovviamente, con l’immancabile sostegno delle Istituzioni, specie per quanto concerne l’inevitabile transazione di una parte dei terreni.

Gli esempi in proposito non mancano. Si tratta di adeguarli ad ogni singola realtà e attuarli di conseguenza.

Francesco Diana

 

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