Premio del Cei per il consorzio Sardo Sole

É risaputo come le materie prime utilizzate per i cibi che troviamo quotidianamente sulle nostre tavole siano spesso di derivazione non locale; l’esempio del pane sardo è certamente significativo: le farine con le quali si produce, infatti, provengono per lo più dall’America settentrionale. Esistono tuttavia alcune realtà che provano a puntare esclusivamente sui prodotti locali, nella fattispecie sul grano sardo, spesso con ottimi risultati. Fra queste vi è il consorzio “Sardo Sole” che, lo scorso novembre, è stato premiato dal comitato scientifico del Cei come realtà economica che attua buone prassi nel campo dell’agroalimentare.  Si tratta di un progetto di filiera, nato nel 2015, che unisce tre territori (Marmilla, Sinis e Mejlogu) è ha come obiettivo quello di provare a ridurre l’importazione di grano americano in favore di quello sardo. La filiera mette insieme i consorzi di Villamar e Cabras, per un totale di circa centoventi aziende, e confluisce a Thiesi per diventare un prodotto di alta qualità. «Siamo stati premiati insieme ad altre realtà nazionali – commenta Efisio Rosso, presidente della cooperativa villamarese “Madonna d’Itria” – come buon esempio per la prassi che portiamo avanti. Siamo soddisfatti per questo premio che rappresenta un punto di partenza per spingerci a fare ancora meglio»

. Il riconoscimento è lusinghiero se si considera che i prodotti non autoctoni risentono in maniera pesante della presenza di quelli di importazione che, per motivi vari, riescono a essere venduti a prezzi migliori. «La qualità – continua Efisio Rosso – è l’unica arma che può essere utilizzata per far fronte all’aumento delle importazioni delle materie prime; basti pensare che in Sardegna, appena quindici anni fa, si coltivavano 90 mila ettari contro gli attuali 30 mila; si tratta di una spirale negativa che non accenna a placarsi. Competere con il prezzo non può essere una soluzione, se si vuole puntare in maniera decisa sui prodotti sardi occorre che questi siano di alta qualità. In Sardegna, soprattutto grazie al buon clima, il grano ha caratteristiche organolettiche e nutrizionali che lo rendono migliore rispetto a quello canadese, il quale, a causa delle temperature più rigide in cui cresce, deve invece essere sottoposto a trattamenti particolari per l’accelerazione del processo di essicazione. Spesso è proprio la presenza di queste sostanze la causa di alcune intolleranze alimentari».

Fra i meriti del consorzio anche quello di aver selezionato ben otto qualità antiche di grano sardo. «I prodotti finiti – conclude Rosso – sono quelli della tradizione sarda come la pasta e il carasau; alcuni panifici artigiani, inoltre, già producono i pani tradizionali col grano sardo. Ci occupiamo, inoltre, della linea dei cereali: cicerchie, lenticchie, fave e orzo. Diversi chef sardi, infine, hanno accettato di legarsi al progetto». La sfida è interessante e merita di essere seguita con attenzione: la diffusione di simili pratiche potrebbe aprire non solo alternative possibilità di sviluppo in chiave economica, ma anche rivelarsi una buona prassi per lo sganciamento da quelle logiche di mercato che al momento sembrano essere dei veri e propri dogmi e che, all’atto pratico, tolgono sovranità a un’Isola sempre meno sovrana e in crescente dipendenza dai produttori non locali.

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