Primavera dei popoli: è scoppiato un quarantotto

Centosettanta anni fa, di questi tempi, il vecchio continente fu pervaso da un’ondata di moti rivoluzionari senza eguali che minarono profondamente l’ordine e gli assetti politici costituiti, mettendo le basi per la nascita degli stati moderni. Furono di tale portata questi sconvolgimenti da far nascere il detto fare un quarantotto, o è scoppiato un quarantotto, a significare un evento tale da sconvolgere e mandare all’aria tutto.

La così detta Primavera dei popoli, fu un fenomeno essenzialmente borghese, che riuscì a coinvolgere larghi strati della popolazione, diventando in alcuni casi movimento di massa e popolare.

L’Europa viveva tutta sotto la pesante cappa dell’assolutismo reazionario instaurato all’indomani della sconfitta di Napoleone, nel famigerato Congresso di Vienna. Ma le idee della Rivoluzione francese attecchirono e si propagarono soprattutto tra studenti, professionisti, artigiani, che si riunirono in associazioni segrete ( come la Carboneria, la Giovine Italia, e la Massoneria che si sviluppò in gran parte d’Europa), per propagare i loro ideali di libertà e autodeterminazione dei popoli e preparare e programmare l’attuazione di velleitari moti rivoluzionari.

Falliti i primi tentativi (1821, 1830, e 1844), ai primi di Gennaio del 1848 una sommossa scoppiò improvvisamente a Palermo estendendosi rapidamente a tutta la Sicilia. Ferdinando di Borbone ad evitare guai peggiori concesse la Costituzione chiesta dai rivoltosi, e questo fu l’atto che aprì le porte al propagarsi della rivoluzione. In breve raggiunse Napoli, e in rapido susseguirsi di eventi anche i regnanti di Toscana e del regno di Sardegna concessero Costituzione e Statuti. Anche le granitiche istituzioni della Chiesa furono pervase dai nuovi ideali, e in un clima di euforia e di entusiasmo il Papa Pio IX concesse alcune libertà fondamentali. Perfino nel Lombardo-Veneto retto dal torvo regime poliziesco austriaco, scoppiò irrefrenabile la sommossa a Milano e a Venezia, dove fu proclamata la Repubblica.

In Europa la rivolta scoppiata a Parigi il 22 febbraio costrinse il re Luigi Filippo all’abdicazione, che fece sorgere la seconda Repubblica; identici moti si ebbero in Ungheria, Germania, Spagna e altri paesi. Ne rimasero immuni solamente l’Impero Russo e quello Britannico, ma per opposte ragioni. Infatti mentre lo Zar regnava su uno stato arretratissimo di stampo feudale che impediva la nascita di una classe borghese, l’Inghilterra già da qualche anno si era dotata di una legislazione liberale e avanzata che le permetteva di essere all’avanguardia in Europa oltre che sul piano industriale e commerciale anche su quello civile e sociale.

Nel volgere di uno, due anni quasi tutte le rivolte furono soffocate nel sangue, ma il seme dei valori propugnati dal ’48 ebbe modo di germogliare rigoglioso portando alla nascita di grandi stati nazionali (Germania e Italia),e all’istituzione di democrazie liberali parlamentari.

Anche la Sardegna ebbe il suo quarantotto ma con cause e motivazioni completamente diverse da quelle europee. Dagli anni 30 dell’ottocento la Sardegna visse un periodo di grandi cambiamenti, per lo più imposti dalla monarchia sabauda che sconvolsero l’arcaico mondo di su connotu.La Legge delle chiudende invece di far nascere una classe di proprietari moderna e affarista come era nei suoi prodromi, tracciò un solco incolmabile tra pochi printzipales, e la stragrande maggioranza della popolazione contadina sempre più povera. L’abolizione del Regime Feudale gravò pesantemente con gli enormi valori di riscatto riconosciuti ai nobili ex feudatari; le terre che prima erano sfruttate da tutti in un regime comunitario di alternanza produttiva, diventarono demaniali o furono accaparrate da grossi proprietari senza scrupoli. La stessa fusione perfetta con il Piemonte pur richiesta dai Sardi stessi, generò subito malcontenti perché furono estese alla Sardegna leggi e normative che non tenevano in alcun conto la particolare realtà dell’isola.

A questo si aggiunsero le sempre più frequenti crisi di sussistenza, con diverse annate di cattivi raccolti che andavano ad abbattersi su un tessuto produttivo assai fragile impostato sulle attività agricole e dell’allevamento del bestiame.

Rivolte e sommosse scoppiarono un po’ da per tutto nell’isola per la grave crisi annonaria nella primavera del 1848, da Cagliari a Sassari, Oristano, Alghero, fino ai più sperduti villaggi come Cossoine, Seui, Nurri, Aggius, Girasole.

  L’evento più tragico e drammatico si svolse a Guspini, dove alle motivazioni puramente sociali di sostentamento se ne aggiunsero altre di natura politica che portarono ad uno sconvolgimento totale. La mattina della domenica del 9 aprile 1848 di buon ora qualche decina di popolani tra i più poveri del paese tra giornalieri, servi e piccoli proprietari si ritrovarono all’ora della prima messa nel piazzale della chiesa parrocchiale per manifestare per la grave carestia di grano e generi di prima necessità. Il piccolo gruppo iniziale crebbe fino a raggiungere diverse centinaia di persone che tumultuanti e in preda all’esasperazione si recarono a casa del sindaco.

Le cronache dell’epoca e quelle successive raccontano il susseguirsi drammatico degli avvenimenti, con l’irruzione dei manifestanti nell’Ufficio di Giudicatura Mandamentale, nella casa del sindaco, dove si riuniva il Consiglio Comunitativo, e nella casa del segretario comunale Luigi Serpi. I maggiorenti del paese riuscirono a nascondersi o a scappare (come lo Stanchiere Rossi che fuggito attraverso i tetti, riuscì a raggiungere Arbus da dove diede l’allarme), ma il notaio Serpi su cui si appuntavano le mire dei facinorosi fu preso e portato nel piazzale di chiesa. Il motivo di tanto odio era dato dal fatto che il notaio aveva rigidamente imposto come da Regio Decreto l’adozione del nuovo sistema metrico decimale in sostituzione delle antiche misure sarde.

  Presa la cassa delle nuove misure e i documenti inerenti i verbali della giunta comunitaria i rivoltosi fecero proclamare a gran voce dal segretario Pintus i nuovi provvedimenti approvati seduta stante da una folla divenuta sempre più numerosa ed esagitata. Furono abolite le nuove misure arrivate dal continente, fu ribassato il prezzo del grano e dei generi di prima necessità, nonché quello dei Sali e dei Tabacchi, fu nominata una giunta composta da sette probi uomini per garantire l’ordine e il governo del paese.

Mentre avvenivano queste cose il Notaio Serpi nel tentativo di liberarsi estrasse le pistole che aveva in tasca e fece fuoco ferendo leggermente due persone. Questo scatenò la ferocia dei manifestanti che presero a malmenare il notaio con bastoni e altri arnesi. In suo soccorso intervenne il curato Ignazio Soro che riuscì per un attimo ad ammansire la folla e a rifugiare il pover’uomo in chiesa dove lo confessò, e lo comunicò. In spregio del diritto d’asilo alcuni esagitati però riuscirono a penetrare in chiesa profanandola per trarre fuori il notaio e metterlo ai ferri nel piazzale de s’arrepranu. Il Serpi fu fatto segno ad ingiurie, sputi ed accuse di ogni tipo, finchè il più esaltato dei presenti presa una delle nuove misure in ferro e mostrandola in faccia al segretario comunale gli urlò : da cannoscis custa? Eia fu la risposta del notaio.E du scis kini das at bogaras a foras? Su rei sospirò l’uomo. In un attimo il pesante  cilindro  si abbattè con forza inaudita sul capo del notaio aprendole una larga ferita che in breve lo portò alla morte.

Il nuovo ordine popolare durò quattro giorni, finchè una colonna militare composta di 60 Cacciatori Franchi mise piede in paese mettendo fine alla repubblica guspinese nata nel sangue. Diverse decine di paesani furono catturati e tradotti al carcere di S. Pancrazio, e dopo un processo alquanto sommario furono quasi tutti condannati a pene detentive e nove a quella capitale.

L’incalzare degli avvenimenti nazionali con la sconfitta di Custoza e l’abdicazione di re Carlo Alberto vennero in soccorso dei condannati guspinesi. Infatti, tra i primi provvedimenti emanati da Vittorio Emanuele II, vi fu quello del 30 maggio 1849 con cui concedeva la grazia a tutti i detenuti accusati di reati politici.

Questa la nuda cronaca di una tra le pagine più tragiche della storia di Guspini, quanto alle cause e alla verità storica, andrebbero queste meglio indagate per uscire dagli stereotipi o verità di comodo propinate fin dall’ottocento e accettate supinamente da storici e studiosi.

Il 1848 è noto a tutti come l’anno delle rivolte e della rivoluzione per antonomasia. L’Italia e quasi tutta l’Europa ne furono sconvolte, e dopo tali eventi nulla fu lo stesso. La Sardegna non fu immune, anche se per ragioni alquanto differenti. Il fatto più drammatico avvenne a Guspini, dove una folla di poveri contadini spinti dalla fame e dalle ingiustizie sociali, convertì l’ordine costituito, attuando una sorta di repubblica popolare, ma lasciandosi andare anche a nefandezze come il barbaro assassinio del segretario comunale Luigi Serpi.

Le cronache dell’epoca riprese poi nel 1893 dall’Unione Sarda in occasione della tumulazione dei resti del notaio Serpi nel nuovo cimitero, raccontano di una sommossa ispirata dai grossi proprietari del paese in odio del notaio Serpi che aveva osato requisire il grano in eccesso nei loro magazzini. Le enfatiche e altisonanti parole pronunciate in quell’occasione ci presentano un uomo (il notaio) raffigurato come la vittima sacrificale dell’odio di quel popolo che lui aveva beneficato prodigandosi a procurare il grano necessario per la sua sussistenza.

La verità a ben guardare i documenti dell’epoca e lo studio della società guspinese della prima metà dell’ottocento è alquanto diversa. Già dai primi decenni del secolo si erano andate formando nel paese del campidano due opposte fazioni: una costituita da pochi grossi proprietari terrieri, qualche sacerdote, e alcuni notai e scrivani; la seconda rappresentata dalla stragrande maggioranza della popolazione contadina di piccoli proprietari, pastori e giornalieri.

Approfittando del vuoto di potere causato dalle guerre napoleoniche (la detenzione del Papa Pio VII impediva la nomina dei vescovi e a caduta anche dei Parroci) alcuni sacerdoti, notai e possidenti avevano saccheggiato i beni della Chiesa, spogliandola di molti suoi averi che gestivano a piacer loro. L’arrivo a Guspini di un sacerdote lussurgese, formatosi alle idee libertarie della rivoluzione francese, ma anche pio uomo di chiesa, scompaginò i piani della combriccola affaristica.

Il nuovo Rettore volle vederci chiaro sul governo dei beni della chiesa nominando procuratori di sua fiducia, e denunciando pubblicamente le malefatte de is printzipalis. Dal pulpito cominciò ad infiammare il popolo a prendere coscienza del proprio stato miserevole e ad incitarli all’azione. Messosi alla testa di un gruppo di contadini senza terra col solo lavoro delle braccia prese a bonificare la piana di Urralidi che era divenuta una landa desolata sommersa da acque stagnanti. La terra bonificata fu divisa in lotti uguali tra i contadini che avevano partecipato all’impresa, e soprattutto seppe difenderla dalle mire del governo (ispirato dai maggiorenti del paese), che pretendeva il possesso dei terreni.

Da allora il rettore Giovanni Antonio Carta fu oggetto di continui attacchi, maldicenze e calunnie di ogni tipo (e perfino di un attentato che lo ferì di striscio). Denunciato con accuse ridicole e infamanti da persone prezzolate, il povero sacerdote dovette lasciare Guspini, arrestato, esiliato e sottoposto a processo sia dall’autorità governativa sia da quella ecclesiastica.

Senza più il combattivo rettore, la camarilla del paese che aveva a capo il Notaio Caboi e i sacerdoti Murgia e Cadeddu ebbe praticamente mano libera in tutti gli affari, agevolati anche dall’entrata in vigore della Legge delle Chiudende (1820), che permetteva a chi ne avesse i mezzi di chiudere e recintare i propri terreni. Era la fine dello sfruttamento comunitario dei terreni (viddazzone), con la creazione di una piccola cerchia di grossi proprietari che si impadronirono della maggior parte dei terreni ex feudali e comunali arrivando a includere nei loro possessi strade, fonti ,montagne,fiumi. D’altra parte i poveri contadini che non avevano le risorse per recintare i terreni furono costretti dalla miseria a svendere le loro proprietà riducendosi allo stato servile.

I grossi proprietari tra cui alcuni notai e scriventi occuparono il Consiglio Comunitativo e, le maggiori cariche pubbliche come il Depositario del Monte Granatico, che sovrintendeva a tutte le operazioni di raccolta, conservazione e ridistribuzione del grano, lo stesso Podestà di Giustizia, pur di nomina feudale era circondato e influenzato da persone vicine al gruppo di potere. Il segretario comunale accusato ingiustamente d’incompetenza fu sostituito da un giovane rampante notaio Luigi Serpi, che prese a maneggiare il Consiglio assumendosi compiti e incarichi spettanti agli amministratori. Intratteneva rapporti diretti con commercianti e fornitori del Comune acquistando e stipulando contratti per suo conto, fece promulgare ordinanze del Sindaco tanto odiate come il divieto di cogliere fichi d’india dalle siepi che crescevano lungo le strade e i terreni comunali.

Il ripetersi di alcune annate agrarie sfavorevoli unitamente alla cronica arretratezza dell’economia sarda, portò molte famiglie sull’orlo della disperazione, non avendo di che sfamarsi (molti furono costretti addirittura a vendere i buoi da lavoro.)

Due episodi in particolare esacerbarono gli animi. Il Governo estendendo la legislazione piemontese anche alla Sardegna, impose l’uso del Sistema Metrico Decimale, in sostituzione delle antiche misure sarde vecchie di secoli. I poveri contadini ignoranti non riuscivano a comprendere le nuove misure e fare le dovute proporzioni, a tutto vantaggio dei pochi letterati che sicuramente convertirono il nuovo sistema a proprio guadagno con abusi e speculazioni. Nella primavera del 1848 era venuto a mancare il Rettore Cancedda che nelle sue ultime volontà aveva destinato parte dei suoi beni e le scorte di grano che aveva nel suo magazzino ai poveri del paese. Sembra addirittura che i suoi esecutori testamentari (i sacerdoti già menzionati) profittando della penuria vendessero il grano del rettore ad un prezzo maggiorato per trarne un illecito guadagno.

La fame l’esasperazione e la rabbia verso i maggiorenti che speculavano sulle disgrazie del popolo, crebbero a tal punto da far nascere in qualcuno dei più disperati l’idea di darsi appuntamento l’indomani mattina per manifestare pubblicamente la loro disperazione. Erano una trentina di persone, tutti contadini senza terra, servi, giornalieri, qualche artigiano, che si ritrovarono la domenica mattina del 9 Aprile alle prime luci dell’alba nel piazzale della chiesa parrocchiale di S. Nicolò.

Sicuramente le notizie dal continente che davano rivolte e sommosse un po’ da per tutto erano arrivate fino a Guspini, poiché da alcuni anni tecnici e ingegneri minerari Francesi e Piemontesi alternavano la loro presenza nel paese per sovrintendere ai lavori di saggio e prove dei minerali presenti nella regione di Montevecchio, e un giovane entusiasta imprenditore sassarese stava rincorrendo Carlo Alberto lungo i campi di battaglia della prima guerra di Indipendenza per avere la concessione mineraria.

Man mano che la gente sopraggiungeva per assistere alla prima messa veniva avvicinata e convinta ad aggregarsi ai primi manifestanti, finchè si decise di passare all’azione. Non si aveva un’idea precisa di come muoversi, si intendeva chiedere la distribuzione del grano ai più poveri, e l’abolizione delle nuove odiatissime misure. L’odio dei manifestanti si appuntava soprattutto verso il segretario comunale che a tutti gli effetti rappresentava gli interessi dei printzipalis, sullo stanchiere maggiore che rifiutava di prendere le monete di rame (nel 1844 era entrato in vigore un nuovo sistema monetario), e speculava sui generi di monopolio, su qualche sacerdote che si era arricchito saccheggiando i beni della Chiesa.

Il resto è tutto nella tragica narrazione dei fatti già esposti. Una luce chiarificatrice sulla realtà dei fatti la da principalmente la lettura dei verbali delle persone arrestate e le dichiarazioni rilasciate dai maggiorenti del paese. Si evince dalle parole dei poveri contadini che non ci fu nessuna preparazione, nè sobillazione da parte di chicchessia, ma solo un moto spontaneo di ribellione contro i soprusi che acuivano la disperazione e la miseria. Di contro la fazione dei benestanti tendeva ad accreditare la tesi del complotto ordito da una ben precisa parte politica avversa, che vedeva tra i suoi maggiori esponenti il notaio Francesco Tolu, il segretario Mandamentale Giovanni Maria Pintus e il Vice Parroco Ignazio Soro. Costoro persone miti e illuminate si battevano in tutte le occasioni per denunciare le malversazioni e i soprusi perpetrati in danno dei contadini poveri. Il notaio Tolu fu incarcerato come uno dei capi della sommossa ma le accuse non ressero e dovette essere scarcerato.

Dopo qualche giorno da questi tragici fatti, il 28 aprile 1848 il re Carlo Alberto firmava al giovane sassarese Giovanni Antonio Sanna la concessione perpetua delle miniere di Montevecchio. Questo atto che doveva rivelarsi così fondamentale per il futuro di Guspini, rappresentò probabilmente anche la salvezza della pace sociale, così gravemente compromessa. Infatti, grazie all’avvio dei grandiosi cantieri minerari diverse centinaia di contadini poveri trovarono di che sostentare le loro famiglie impiegandosi come manovali della miniera.

La fame per il momento era debellata, non lo sfruttamento, ma questa è un’altra storia.

Marino Melis

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