Quando i guspinesi scoprirono Flumentorgiu

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All’inizio del secolo scorso, su indicazione del medico Cesare Loi, numerosi minatori per alleggerire le loro sofferenze di silicotici scoprirono Flumentorgiu. Erano tempi difficili, si lavorava duramente nelle gallerie per ricavare il neces-sario per campare. Lasciare il paese per ripo¬sarsi era un’occasione straordinaria.

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Allora a Guspini c’erano numerosi carrettonéris, carrettieri che per il commercio e per vari servizi utilizzavano un carro tirato da un giogo di buoi o da un cavallo. Questi venivano utilizzati soprattutto per il trasporto dei bagagli sia per l’andata che per il ritorno. Il viaggio, lungo la strada bianca per Neapolis e i sentieri delle colline di “Osu”, durava l’intera giornata. Sovente questi viaggi venivano effettuati la sera: si partiva all’imbrunire per arrivare alle prime luci dell’alba del giorno dopo. Il carro era quasi sempre coperto da un telone o da coperte che permettevano di proteggere i viaggiatori dai raggi del sole o dall’umidità della notte. Mentre gli anziani per quasi tutta la durata del viaggio stavano seduti sul carro, i bambini e i giovani scendevano e camminavano al suo fianco.

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A Flumentorgiu c’era la tonnara, un grande edificio che, dopo le mattanze di aprile-maggio, veniva affidato ai villeggianti. Quando l’attività ittica fu abbandonata, i locali della tonnara furono dati in custodia ad una famiglia di guspinesi. I cameroni, per ospitare più famiglie, vennero divisi in camerette dalle pareti sottili, fatte con stuoia di canna intonacata e imbiancata. All’interno c’erano solo i giacigli, (dei sacchi pieni di fieno o delle stuoie di giunco); chi poteva permetterselo aveva i letti, mentre per i figli o gli eventuali ospiti si usavano i letti a castello su tre piani con teli grezzi. Per il mangiare si portavano tutto il necessario da casa: la provvista del pane, olio, lardo, formaggio, legumi e la pasta. A Flumentorgiu non c’era altra possibilità di acquisto che il pesce, fornito direttamente dai pescatori che ormeggiavano i loro barconi nell’insenatura di Porto Palma o anche dai pochi lavoratori della tonnara.

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Per affrontare la calura estiva non esistevano né l’ombrellone né le sedie a sdraio. Si usavano solo teli per asciugarsi, perché ci si limitava esclusivamente a fare il bagno: questo era l’ordine del medico. Le donne entravano in acqua con i loro grandi camicioni e dovevano stare attente perché, trattenendo l’aria, si gonfiavano a dismisura e si sollevavano, scoprendo le gambe o altre parti del corpo.

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Allora si dava poca importanza alla cura del sole, anche perché gli abiti che si usavano lasciavano ben poco spazio alla pelle nuda. Si andava al mare per praticare le insabbiature, bagnusu de ansi. Il maggior divertimento consisteva nel passeggiare in s’oru ‘e mari (sulla riva del mare) o nel fare il bagno. Per l’abbigliamento erano favoriti gli uomini perché portavano soltanto dei lunghi mutandoni. Alcuni avevano imparato a nuotare e si allontanavano audacemente dalla riva. Cominciarono a ve-rificarsi le prime disgrazie: qualcuno si spinse lontano e non riuscì più a tornare indietro.

Tarcisio Agus

Gian Paolo Pusceddu

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