Samuela Mereu: la fotografa “Roller”

Lo stupore incantato di Samuela nei confronti del mondo si palesa nei momenti più inaspettati. Ora, per esempio, trasalisce. «Oddio, stai registrando?», fa, un’occhiata preoccupata al registratore sul lato lungo del tavolo. La frangia sbarazzina le copre solo in parte  gli occhi castani, grandi e belli, abituati a spalancarsi più dietro a un mirino che non allo sguardo invasivo di estranei. « Penso che la realtà così com’è manchi di quel pizzico di magia utile a far librare la gente sulle cose e renderla più felice . Mi piace fotografare il mondo per come vorrei che fosse e trasportare gli altri in una dimensione fatata, dove tutto è possibile e i piccoli problemi quotidiani svaniscono, anche se solo per un istante». E ci riesce, ad appena 20 anni, con profondità e delicatezza tali che per la stragrande maggioranza dei giovanissimi del circondario è lei, “Roller”, all’anagrafe Samuela Mereu, originaria di Sanluri, la fotografa designata per immortalare eventi, manifestazioni, assemblee d’istituto. «Perché Roller? Sta per Roller Coaster, che in inglese sono le montagne russe. È il nome che uso per firmare le foto e un riferimento alla mia natura emotiva, che mi porta a vivere ogni giorno come se mi trovassi  sulle montagne russe, tra alti e bassi, da un estremo all’altro . Corsi di fotografia? Oh, no, mai fatti! – ride la ragazza- ma non perché io mi ritenga così brava da non averne bisogno. Penso che siano le imperfezioni a rendere le cose uniche e bellissime. Con un corso di tecnica sicuramente guadagnerei in precisione e competenza, ma gli scatti perderebbero spontaneità e questo non mi piacerebbe».

 I soggetti delle fotografie di Samuela sono le compagne del Linguistico di Villacidro e poi amiche, conoscenze occasionali, persone estasiate dal rapporto speciale con la sua fida Canon 1100D, quindi il mare della sua terra e gli scorci di Roma, Dublino, Pan di Zucchero. «Le ambientazioni per me sono importanti. Uno dei posti più suggestivi in cui ho avuto il piacere di fare foto è stato un vecchio hotel abbandonato sulla strada per Lunamatrona, ma ci sono stati anche giardini, muri ricoperti d’edera, e poi i cieli sconfinati d’Irlanda , tappeti di margherite e fascinosi roseti in fiore. Ho iniziato a 13 anni, facendo scatti ai miei amici che facevano parkour con un semplice telefonino. Nulla mi dava più soddisfazione di riuscire a ritrarre la loro essenza, giocando con la luce, studiando salti, equilibri precari, arrampicate e volteggi». Un certosino lavoro di rielaborazione degli scatti «con mezzi di fortuna, programmi trovati su Internet e tanta voglia di sperimentare» è da preludio alla creazione di un mondo in cui risuona forte una certa nostalgia per il non vissuto anni ’60 e, in particolare, il gusto per  mondi fiabeschi declinati in chiave contemporanea. «Amo le storie in maniera quasi imbarazzante, considerando la mia età. Peter Pan e Alice nel Paese delle Meraviglie sono di gran lunga le mie preferite. Forse perché in entrambe i protagonisti compiono un viaggio, e viaggiare è uno dei sogni della mia vita. Penso che nascere, vivere e morire sempre nello stesso posto sia come avere una casa con migliaia di camere e costringersi a vivere in una sola. Mi sento figlia del mondo, e anche se forse il mio destino non si compirà qui in Sardegna, la porto sempre con me in ogni viaggio».

«La mia famiglia? Mi sostiene da sempre, e il loro appoggio è silenzioso e discreto. Eppure io so che ci sono e ci saranno sempre, per me. In occasione di Villacidrarte 2014 avevo esposto alcune stampe e ricordo bene come,  quando un visitatore casuale si avvicinava per un apprezzamento o un commento positivo , arrossissero loro per me. Sì, qualcuno una volta ha provato a tarparmi le ali, facendomi credere di valere meno di niente, ma non c’è riuscito. Sono state il mio amore per la fotografie e per le persone – aggiunge dolcemente – a salvarmi».

Francesca Virdis

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