Se dico B. R. cosa ti viene in mente?

Questo mese appena trascorso segna la ricorrenza quarantennale di una data che ha segnato profondamente la nostra storia italiana e che da noi rappresenta, per antonomasia, l’espressione del terrorismo brigatista. Non entriamo nella questione di merito sulla vicenda, sui precedenti, gli sviluppi e sul destino dei protagonisti dell’epoca e men che meno nelle intenzioni e nelle conseguenze delle loro azioni.

Molto più semplicemente, se ad uno studente qualsiasi, in modo del tutto casuale, chiedessimo: «Se dico B. R. nel 1978, cosa ti viene in mente?» come risponderebbe? Ebbene, ci abbiamo provato. Al primo tentativo la risposta è stata: «Non saprei… cos’è, un concorso?»  Fortunatamente al secondo tentativo è andata diversamente; la risposta è stata «La Russia» e quindi un terzo studente ci risponde «Quello dei comunisti».

  La domanda è stata posta con ambiguità?  Non ci sembra; gli stessi brigatisti chiamavano sé stessi «Brigate Rosse» e come tali si sono presentati nella nostra società. Logica vorrebbe che i loro interlocutori, in quel modo avrebbero dovuto riconoscerli e come tali storicamente sono rimasti.

I ragazzi leggono poco, si disinteressano della storia e sono disaffezionati alla politica. Questo vale però anche per molti adulti. Evidentemente non è solo un problema della scuola che, secondo alcuni zelanti riformatori, dovrebbe adoperarsi in modo efficace e gradevole – possibilmente in cinque, massimo otto anni – per una riqualificazione etica, comportamentale, culturale e professionale degli studenti che garantisca agli uomini di domani un solido futuro.

Al tempo della nostra infanzia, quando eravamo bambini della scuola elementare, in paese capitava di aver a che fare con un uomo di spirito; non era un insegnante ma quando lo si incontrava aveva il vezzo e l’abitudine di interrogare le tabelline, o almeno questa era l’impressione. Al saluto, guardandoci negli occhi, faceva seguire un improvviso «Sette per otto» con una vaga espressione interrogativa.

Non era una curiosità; nemmeno una domanda o un ordine preciso. Non ci veniva chiesto, di fatto, alcunché. I gli esperti della comunicazione oggi avrebbero faticato nell’inquadrare precisamente quel tipo di espressione.  Veniva subito da dire «cinquantasei», ma non era di certo automatico. Le alternative potevano essere due; la buona memoria o la velocità di calcolo. Non era punto scontata la sicurezza in una situazione imprevista – non si capiva quale fosse la reale intenzione del nostro simpatico interlocutore – ma in ogni caso si percepiva la necessità di dover rispondere. Una cosa è certa; potevamo realizzare immediatamente l’efficacia di quanto la maestra ci insegnava oppure quanto ancora era la confusione su qualcosa che evidentemente non sapevamo; un inizio di sana autocritica.

Fare domande, per gli adulti, è ormai fuori moda. Le fanno ancora i bambini; i giovani sono quasi stufi. Peccato.

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