Un “mostro” ecologico incombe su Macchiareddu

Per molti un “mostro” che avanza e incombe. I lavori per la realizzazione della centrale termoelettrica a biomassa della Powercrop nella zona industriale di Macchiareddu, compresa tra Capoterra e Uta, hanno ripreso con lena e la previsione di concluderli entro il 2018 diventa sempre più concreta. Una realizzazione calata dall’alto sul territorio, concepita nel 2007 quando le aziende che producevano saccariferi firmano con il Ministero delle Politiche agricole un accordo di riconversione poi approvato dal Comitato interministeriale e classificato di “interesse nazionale”. Tutte diciture e classificazioni che forniscono all’iniziativa un iter di approvazioni e percorsi accelerati rispetto altri lavori di simile portata che passano sopra la testa degli amministratori locali. L’amministrazione comunale di Capoterra non è mai stata però convinta dell’iniziativa e cerca subito di opporsi con un ricorso al Tar del Lazio puntualmente però rigettato. L’amministrazione comunale di Assemini, dopo l’avvallamento dell’opera nella prima conferenza di servizio della primavera 2009 e una successiva nota favorevole dell’anno seguente da parte della Giunta di Centrodestra guidata dal forzaitalico  Paolo Mereu si mostra favorevole. Quando nel 2013 subentra l’attuale Giunta grillina di Mario Puddu l’iter è ormai avviato e neanche si prova a ricorrere al Tar pur manifestando in ogni conferenza di servizio la propria contrarietà e, insieme, “la volontà di compiere tutte le azioni necessarie a rallentare o sventare una simile realizzazione” come ha sempre dichiarato l’assessore comunale di Assemini all’Urbanistica Gianluca Mandas assecondato in questo dallo stesso sindaco Mario Puddu.

Ma perché tanta avversità a un simile progetto che pure prevede sul territorio un investimento di 150 milioni promettendo di dare, a regime, un’occupazione a 270 persone (80 fisse e 190 di indotto)? “Secondo le previsioni contenute nel progetto della lavorazione a regime- spiega l’esponente di Legambiente Alberto Nioi,- nella produzione della linea a olio sarà necessario utilizzare 28 mila ettari coltivati a “brassica carinata”, una pianta simile alla colza senza considerare come questa sia una misura che rappresenta circa un sesto dell’intera pianura del Campidano!”. Ma non solo. La Powercrop costituita nel 2007 per gestire i progetti di riconversione degli zuccherifici sparsi in tutta Italia di proprietà dell’Eni Sadam (6 in tutto) opera nell’ambito delle energie rinnovabili ma finora non avrebbe ancora stretto alcun accordo con le associazioni dei coltivatori. Chi coltiverà e produrrà il necessario combustibile per le caldaie? Da un primo accordo con la Regione si era stabilito che per far fronte ai problemi di avvio, per i primi tre anni, si poteva importare materia prima per una quota non superiore al 70 per cento del fabbisogno dei forni. Dopo i tre anni la quota di importazione non avrebbe dovuto superare il 30 per cento. Patti chiari? Non proprio se poi nel 2011 vengono rivisti e la Regione ritocca queste percentuali consentendo “all’occorrenza l’importazione di quantità superiori al 70 per cento”. Una rivisitazione che inquieta amministratori comunali, ambientalisti e quanti hanno a cuore la locale produzione agricola, la salubrità dell’aria del terreno, delle falde acquifere e quanti altri ancora hanno a cuore l’utilità di così cospicui investimenti. Ma non è che, in mancanza di materia prima da bruciare, nei forni arrivino scarti e rifiuti da altre regioni?

Gian Luigi Pala

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