Villaggio Sartori, questo sconosciuto

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La grande crisi mondiale del 1929, chiamata anche “Grande depressione” non risparmiò niente e nessuno, la società “Montevecchio” non fece eccezione. Indebitatasi pesantemente con le banche, a seguito dell’acquisizione di moltissime miniere sarde, rivelatesi in parte fallimentari, unitamente al crollo del mercato dei metalli, comportò una grave crisi di liquidità che le impedì di far fronte ai propri impegni, compresi quelli derivanti dalla nascente fonderia di San Gavino. I soci si rifiutarono di sottoscrivere un aumento di capitali e gli Istituti di Credito si comportarono in maniera analoga negando la concessione di un prestito che le avrebbe consentito di sopravvivere. Dopo un concordato preventivo col Tribunale, la miniera nel 1933 fu ceduta alla Montecatini e alla Monteponi con pari quote del 50% che rilevarono i debiti della Montevecchio.

2  I compiti delle due società furono ben definiti e distinti: alla Montecatini andarono le miniere, alla Monteponi la metallurgia. La nuova società prese il nome di “Montevecchio Società Anonima Mineraria”. Le due società acquirenti concordarono sulle grandi potenzialità della Montevecchio ma anche sulla necessità che la stessa fosse inserita in un contesto produttivo a più ampio respiro che sviluppasse la metallurgia.

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La fonderia di San Gavino era già nel pieno e favorevole esercizio, si doveva pertanto pensare alla realizzazione di un impianto elettrolitico per lo zinco. L’Ing. Sartori avrebbe voluto la localizzazione dello stabilimento in Sardegna ma, l’incertezza della fornitura dell’energia elettrica necessaria  per uno stabilimento industriale fortemente energivoro fece cadere la scelta su Porto Marghera,  voluto dall’Ing. Donegani, per diversi motivi:

  • era stato precedentemente stipulato un accordo con la SADE (Società Elettrica Di Elettricità) veneta che con i nuovi impianti idroelettrici di Malnisio (Friuli Venezia Giulia) davano le opportune garanzie;
  • vi era la possibilità di attingere acqua dolce dalle falde esistenti sotto la laguna di Venezia e che permetteva l’approvvigionamento necessario sia per la produzione che per il raffreddamento degli impianti;
  • la posizione strategica di Porto Marghera per il trasporto delle merci tramite treno o nave lo apriva ai mercati dell’Europa e del resto dell’Italia.
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Lo stabilimento fu portato a termine in tempi record. Il 2 settembre 1936 si ebbe la prima produzione di zinco elettrolitico (la costruzione dello stabilimento aveva avuto inizio appena 16 mesi prima, il 24.04.1935). L’aspetto relativo alla metallurgia dello stabilimento di Porto Marghera verrà trattato in altro apposito servizio. La produzione dello zinco elettrolitico, superate le difficoltà iniziali, si presentò alquanto promettente. Purtroppo lo scoppio del secondo conflitto mondiale comportò la chiamata alle armi di quasi tutte le maestranze causandone un ristagno quasi completo. I bombardamenti di Porto Marghera avvenuti nel 1942 e 1944 poi, semi distrussero gli impianti. Finita la guerra si diede inizio alla ricostruzione e i risultati non tardarono ad arrivare. In quel periodo la società metallurgica Montevecchio acquistò in territorio di Mestre una bellissima villa chiamata “Villa Berchet”, (Berchet era un patriota e storico veneziano) dotata di un enorme parco. In considerazione che a quei tempi Mestre era in piena crisi di abitazioni i responsabili della Società pensarono di costruire una serie di alloggi per i propri lavoratori, sacrificando una parte del bellissimo parco della villa.

 3a Da notare che la stessa politica societaria venne attuata anche a Guspini (case popolari) e a San Gavino (Villaggio Sartori). Nel 1947 i primi edifici furono portati a termine e assegnati, dando precedenza alle famiglie degli sfollati a causa di guerra e a quelle provenienti da altre regioni, con condizioni d’affitto molto favorevoli. Gli appartamenti, realizzati su palazzine di due o tre piani,  erano ampi e luminosi. Le prime abitazioni erano prive di garage e di sistemi di riscaldamento ma nel seminterrato si trovavano ampi magazzini. Erano inoltre immersi nel verde. Gli inquilini non tardarono a trasformare quel verde in orti per far fronte alle necessità familiari.

4 Nel 1953 furono ultimati tutti gli 11 fabbricati previsti, di cui gli ultimi 3 con impianti di riscaldamento. La “palazzina degli impiegati” venne dotata anche di garage. Il borgo, denominato “Villaggio Sartori” in onore del primo presidente della “Società Italiana dello Zinco” Francesco Sartori, venne dotato di un campo da bocce e, cosa rara a quei tempi, di un campo da tennis. Si provvide di un asilo gestito da un gruppo di suore, di una scuola elementare provvisoria per le prime e seconde classi, di un doposcuola per le altre classi delle elementari e per gli alunni delle scuole medie.

5 5a Inizialmente la scuola materna accoglieva solamente i figli dei dipendenti della Montevecchio, venne estesa, poi, anche ai bambini della zona. Oltre a beneficiare di un buon servizio mensa i piccoli erano controllati, con visite mediche mensili dal medico di fabbrica. Sempre su impulso del direttore Masoch (originario di Agordo e in precedenza Direttore dello stabilimento di San Gavino per ben 9 anni), venne avviato un laboratorio di maglieria professionale e uno di tessitura. A gestire quest’ultimo venne fatta venire appositamente una signora dalla Sardegna. Tale tessitrice rispondeva al nome di Letizia Meloni ed era originaria, probabilmente, di un paese della nostra zona. L’alta professionalità delle ricamatrici fece si che la clientela fosse di un certo livello. Parte del corredo della principessa e attrice Ira Furstemberg fu realizzato dalle ricamatrici del laboratorio. In seguito prese avvio una scuola che curava i corsi di perfezionamento per le giovani apprendiste di diversi   settori professionali.

6 Nel periodo estivo i figli dei dipendenti della Montevecchio avevano la possibilità di trascorrere le vacanze estive in colonia, infatti la Società metteva a disposizione strutture sia al mare che ai monti. Per le famiglie c’era poi a disposizione “Villa Sara” a Cortina, dove, a turno, trascorrevano le vacanze. Altro svago per i dipendenti della Montevecchio consisteva nell’usufruire delle capanne al Lido di Venezia. Oltre ai ragazzi Masoch pensò anche alle mamme, arricchendo il quartiere con negozi e cinema. Al negozio di generi alimentari e di macelleria, fece seguito un’edicola, una barberia, sostituita poi da un calzolaio. A intervalli regolari commercianti ambulanti visitavano il villaggio vendendo frutta, verdura, pesci, scarpe, calze e pezze di tessuto.

Poiché gli abitanti del villaggio Sartori erano sempre più numerosi (circa quattromila abitanti) il Patriarca Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) nel 1954 emise il decreto di erezione della Curazia autonoma della SS. Trinità del Villaggio Sartori. Nel 1955 il cardinale Roncalli venne in visita al Villaggio e benedì il nuovo Patronato. Nel 1965, su terreno avuto in donazione, venne posata la prima pietra per la costruzione della nuova chiesa. La cerimonia di consacrazione venne presieduta dal Cardinale Urbani. La chiesa venne completata negli anni ’70 e il patriarca Luciani (futuro papa Giovanni Paolo I) venne a benedirla. Verso la fine degli anni ’60 venne costruita una scuola elementare prefabbricata che consentì ai bambini del villaggio e dintorni di poter frequentare la scuola vicino a casa.

Nel 1974 la società Montevecchio passa nelle mani di altri proprietari, assumendo via via nomi diversi, (e diventando, ancora oggi, che festeggia gli 80 anni, un’eccellenza in campo internazionale per i prodotti zincati e le leghe di zinco al titanio che escono dallo stabilimento). Nell’effettuare queste operazioni la società Montevecchio ha necessità di ottenere denaro liquido per cui, tutte le case del villaggio Sartori vengono messe in vendita ai propri dipendenti a prezzi oltremodo vantaggiosi. Ancora oggi il villaggio è una bellissima area residenziale immersa nel verde, anche se sta diventando sempre più una borgata per “vecchi”.

Si ringrazia. Daniela Lorenzon, autrice del libro “Il Villaggio Sartori” voll. I e II, per aver generosamente concesso allo scrivente di poter attingere liberamente a tutte le informazioni relative alla vita del villaggio. Si ringrazia altresì Massimo Orlandini, scrittore e studioso appassionato della storia di Porto Marghera che ha fornito interessantissime documentazioni tecniche sulla storia della metallurgia “d’oltre mare”. Un ringraziamento particolare all’amico e compaesano Leandro Castellani, innamorato della sua Montevecchio, per la sua preziosa collaborazione e il servizio fotografico del villaggio.

Infine, sarebbe di buon auspicio che le amministrazioni comunali di Guspini, Arbus e San Gavino potessero prendere in considerazione la proposta di un eventuale gemellaggio culturale col Comune di Venezia, anche in considerazione che nel 2018 “cadono” i 170 anni della vita della “Montevecchio”.

Sergio Montis

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